Su alcuni romanzi d'Africa di Emilio Salgari




1. Premessa

È noto come una parte, certamente la più celebre e conosciuta, della prodigiosa produzione letteraria di Emilio Salgari sia costituita da una serie di romanzi raggruppati ed articolati utilmente in “cicli”. Fra questi, il più famoso è certamente quello dei “pirati della Malesia” (o ciclo indo-malese, insomma il “ciclo” di Sandokan e Yanez, di Tremal-Naik e Suyodhana, della Perla di Labuan e della Vergine della Pagoda, di Kammamuri e Sambigliong, di Darma e Surama), comprendente ben undici romanzi (I misteri della Jungla Nera, Genova, Donath, 1895; I pirati della Malesia, ivi, 1896; Le tigri di Mompracem, ivi, 1901; Le due tigri, ivi, 1904; Il “Re del Mare”, ivi, 1906; Alla conquista di un impero, ivi, 1906; Sandokan alla riscossa, Firenze, Bemporad, 1907; La riconquista di Mompracem, ivi, 1908; Il bramino dell’Assam, ivi, 1911, postumo; La caduta di un impero, ivi, 1911, postumo; e La rivincita di Yanez, ivi, 1913, postumo). A questo si affiancano il ciclo dei Corsari delle Antille (con le figure del Corsaro Nero e di Wan Guld, di Carmaux e Wan Stiller e, poi, di Enrico di Ventimiglia, Mendoza e Barrejo), comprendente cinque romanzi (Il Corsaro Nero, Genova, Donath, 1898; La regina dei Caraibi, ivi, 1901; Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, ivi, 1905; Il figlio del Corsaro Rosso, Firenze, Bemporad, 1908; Gli ultimi filibustieri, ivi, 1908); quello del Far-West (incentrato sulla figura della crudele e vendicativa Minnehaha), con tre romanzi (Sulle frontiere del Far-West, Firenze, Bemporad, 1908; La scotennatrice, ivi, 1909; Le “Selve ardenti”, ivi, 1910); quello dei Corsari delle Bermude, con l’indimenticabile personaggio di Testa di Pietra, anch’esso con tre romanzi (I corsari delle Bermude, Firenze, Bemporad, 1909; La crociera della “Tuonante”, ivi, 1910; Straordinarie avventure di Testa di Pietra, ivi, 1915, postumo); e, con due romanzi ciascuno, i “cicli” minori dei due marinai Diego e Cardozo (Il tesoro del presidente del Paraguay, Torino, Speirani, 1894; Il continente misterioso, Torino, Paravia, 1894), delle Filippine (Le stragi delle Filippine, Genova, Donath, 1897; Il “Fiore delle perle”, ivi, 1901), degli esploratori dell’aria e dell’infinito (I figli dell’aria, Genova, Donath, 1904; Il “Re dell’aria”, Firenze, Bemporad, 1907) e del Leone di Damasco (Il Capitan Tempesta, Genova, Donath, 1905; Il Leone di Damasco, Firenze, Bemporad, 1910).

Oltre a questi romanzi, però, Emilio Salgari ha scritto e pubblicato un gran numero di storie e avventure “singole” (la sezione quantitativamente più cospicua della molteplice produzione salgariana, quasi sessanta titoli), le cui trame spaziano su tutte le latitudini e le longitudini del mondo.[1]

Pur non costituendo un vero e proprio “ciclo”, i cosiddetti “romanzi d’Africa” (molto numerosi e, in alcuni casi, anche particolarmente rilevanti) vengono comunque considerati un gruppo di fondamentale importanza, e per qualità e per quantità, della produzione narrativa di Emilio Salgari. Non è forse inutile ricordare che tre di essi, e cioè La favorita del Mahdi (Milano, Guigoni, 1887), I predoni del Sahara (Genova, Donath, 1903) e Sull’Atlante (Firenze, Bemporad, 1907) furono pubblicati da Mario Spagnol (uno dei precursori, se non il vero e proprio pioniere della filologia salgariana in Italia) nel 1973 in una magnifica (ed oggi pressoché introvabile) edizione commentata in tre volumi, col sopratitolo complessivo, appunto, de I romanzi d’Africa.[2]

Non sono, comunque, soltanto questi tre romanzi ad essere ambientati nel Continente Nero, ché l’elenco, in tal senso, è molto cospicuo, comprendendo I drammi della schiavitù (Roma, Voghera, 1896)[3] e La Costa d’Avorio (Genova, Donath, 1898), Avventure straordinarie d’un marinaio in Africa (con lo pseudonimo di E. Bertolini, Genova, Donath, 1899)[4] e Le caverne dei diamanti (libera riduzione de Le miniere di re Salomone di Henry Rider Haggard, firmato con lo pseudonimo di E. Bertolini, Genova, Donath, 1899),[5] Gli scorridori del mare (una sorta di rifacimento del precedente, e migliore, I drammi della schiavitù, firmato con lo pseudonimo Romero, Genova, Donath, 1900)[6] e La montagna d’oro. Avventure nell’Africa centrale (con lo pseudonimo di cap. Guido Altieri, Palermo, Biondo, 1901), La giraffa bianca. Avventure nell’Africa Meridionale (con lo pseudonimo di G. Landucci, Livorno, Belforte, 1902) e Le pantere d’Algeri (Genova, Donath, 1903, che senza dubbio è di gran lunga il migliore di questo gruppo, pur trattandosi di un “romanzo d’Africa” a suo modo atipico, anche perché ambientato nel XVII secolo),[7] e ancora i più tardi I briganti del Riff (Firenze, Bemporad, 1911) e i Predoni del gran deserto (Napoli, Urania, 1911), mentre a parte, per la loro tipologia di romanzi “storici”, devono essere considerati Le figlie dei faraoni (Genova, Donath, 1905)[8] e Cartagine in fiamme (Genova, Donath, 1908),[9] anch’essi ovviamente ambientati in Africa, ma, diversamente da tutti gli altri romanzi salgariani, in epoche remote (nell’antico Egitto, addirittura, nel caso de Le figlie dei faraoni), laddove la “distanziazione” non assume soltanto un valore spaziale (come in quasi tutti i romanzi salgariani), bensì anche un valore temporale, ferma restando, in ogni caso, l’identità delle tipologie canoniche degli accadimenti che vi si verificano.

A quest’elenco di romanzi vanno poi aggiunti non pochi racconti salgariani le cui vicende si svolgono in Africa, soprattutto molti di quelli pubblicati, fra il 1900 ed il 1906, con lo pseudonimo di cap. Guido Altieri, nella «Bibliotechina Aurea Illustrata» dell’editore palermitano Salvatore Biondo, fra cui Lo schiavo, Sulla Costa d’oro, Un dramma nel deserto, Lo schiavo della Somalia (storia vera), L’uomo dei boschi, Nel paese degli zulù, La Stella del Sud, Il piccolo guerriero del Transwaal, Il re dei re, L’eroe di Karthum (racconto storico), Il re di Tikuno e I pirati del Riff.[10]

Qui di seguito mi soffermerò su alcuni di questi “romanzi d’Africa” (fra l’altro non sempre dei più noti) e cioè, per la precisione, La Costa d’Avorio, La “Montagna d’oro”, La giraffa bianca, I predoni del Sahara, I briganti del Riff e I predoni del gran deserto (che, stricto sensu, non è propriamente un romanzo, bensì un racconto lungo). Per ciascuna opera sarà riportata la data della prima pubblicazione in volume e la relativa casa editrice, oltre ad una più o meno ampia descrizione della stessa, con alcune informazioni tecniche (ad esempio eventuali altri titoli con cui, in seguito, il romanzo è stato pubblicato), un riassunto della trama, alcune brevi considerazioni su temi e personaggi, giudizi critici e, in nota, l’indicazione delle edizioni più recenti e, ove questa esista, una piccola bibliografia specifica.

Le date riportate all’inizio di ogni scheda si riferiscono a quelle della prima edizione in volume, tuttavia, come è noto, molti romanzi di questi hanno visto la luce precedentemente in appendice a vari giornali, uscendo a puntate (quando ciò si è verificato, è stato indicato).[11] Successivamente, le singole dispense sono state poi raccolte (subendo talvolta qualche semplice rimaneggiamento, talvolta l’immissione di interi capitoli) in romanzi unitari.[12]

 

2. La Costa d’Avorio

La prima edizione apparve a Genova, per i tipi di Antonio Donath, nel 1898, con le illustrazioni di Giuseppe Gamba. Nel 1903 lo stesso editore genovese pubblicò il romanzo con una nuova copertina disegnata da Alberto Della Valle e quindi, nel 1908, in 18 dispense.

Il romanzo narra del catanese Alfredo Lusardo e del portoghese Antao Carvalho, due amici che hanno abbandonato le terre natie facendo fortuna nella Costa d’Avorio. Il primo, un uomo sulla quarantina «che gode fama di essere il più audace cacciatore della Costa d’Avorio», ha fatto fortuna col commercio di “elais” (un olio ricavato dai frutti di un tipo particolare di palma) ed è divenuto proprietario, in Africa, di una ricca fattoria. Il secondo, più giovane, è il più caro amico di Lusardo, commerciante e anch’egli cacciatore coraggioso e provetto. Dopo un lungo periodo di lavoro, i due amici decidono di concedersi una vacanza effettuando una partita di caccia grossa all’interno del paese. Ma della loro assenza approfitta il perfido Kalani, ex-servo di Alfredo, che nutre motivi di astio nei suoi confronti, attaccando la fattoria di quest’ultimo e prendendo in ostaggio il piccolo Bruno, ragazzino di circa dieci anni, nato dalle seconde nozze del padre di Alfredo e da lui amato come un figlio dopo la morte del padre e della matrigna. Lo scopo di Kalani è di attirare Alfredo nel territorio del Dahomey, governato dallo spietato Geleté, nel quale operano le ferocissime e crudeli amazzoni, per potersi vendicare degli affronti e dei torti subìti. Per un puro caso, Alfredo ed Antao salvano una di queste amazzoni, la bellissima Urada, liberandola dagli artigli di un leopardo che l’aveva ridotta in fin di vita, la quale, riconoscente, si allea con loro. La presenza della giovane donna si rivela preziosa per i due cacciatori, in quanto ella li aiuta a districarsi abilmente entro il pericoloso territorio in cui vivono tribù ancora antropofaghe e nel quale spadroneggiano le crudeli amazzoni, tremila ragazze appartenenti alla classe dominante, rotte a tutte le atrocità e a tutte le ferocie. Dopo tutta una lunga serie di difficoltà e di pericoli di ogni tipo (caratteristica, questa, di gran parte della narrativa salgariana, soprattutto quella relativa ai “romanzi d’Africa”), i due amici riusciranno finalmente a liberare Bruno e ad uccidere Kalani, potendo quindi far ritorno alla loro normale attività. Urada, intanto, si è innamorata di Antao e il loro matrimonio siglerà la vicenda con un canonico lieto fine e, soprattutto, con un’altrettanto canonica unione tra personaggi appartenenti a razze e religioni differenti. In tal direzione l’elenco, all’interno dell’opera salgariana, potrebbe essere molto vasto, da Sandokan e Marianna Guillonk “la Perla di Labuan” (ne Le tigri di Mompracem) a Tremal-Naik e Ada Corishant (ne I misteri della jungla nera e ne I pirati della Malesia), da Eleonora d’Eboli e Muley-El Kadel (nei due romanzi appartenenti al “ciclo del Leone di Damasco”, ossia Il Capitan Tempesta e, appunto, Il Leone di Damasco) a José Blancos e Tay-See (ne La Rosa del Dong-Giang),[13] da Gustavo di Sartena ed Esther (ne I predoni del Sahara) a Romero Ruiz e Teresita (ne Le stragi delle Filippine).

In occasione della ristampa edita dalla Fabbri di Milano nel 2003, Caterina Lombardo ha rilevato che «durante la lunga marcia attraverso foreste estremamente lussureggianti, i componenti della piccola carovana si imbattono in tribù dalle usanze altamente pittoresche – come  il culto dei serpenti, venerati a migliaia in grandi capanne che fungono da templi, dove numerosi guardiani sono incaricati di nutrirli e di curarli – o particolarmente raccapriccianti – quali le stragi perpetrate in occasione delle “feste dei costumi”, nel corso delle quali veniva effettuato un gran numero di sacrifici umani per placare gli spiriti dei defunti re».[14] Ancora, la studiosa ha messo in risalto che «grande cura è posta alla descrizione di cibi insoliti, come la terrina di fu-fu con la quale Alfredo e Antao si rifocillano in un villaggio indigeno, innaffiandola con vino di palma fermentato», mentre «decisamente esotico è il pranzo copioso offerto dal re Tofa ai due ospiti europei: proboscide di elefante al forno; coscia di scimmia cotta nel burro; grosse lumache in salsa piccante; atrapas, bocconcini di farina di granturco avvolti in foglie e cucinati al forno; terrine di canalu, pasticcio di volatili molto speziato, condito con olio di palma che, precisa Salgari, “esalava un odore sgradevole di materie rancide”».[15]

Vittorio Sarti ha invece indugiato sulle fonti del romanzo salgariano, prevalentemente rappresentate, qui come altrove, dal «Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare» pubblicato dall’editore Sonzogno. Già nel 1878 (quando il nostro era appena sedicenne) era apparso, sul periodico milanese, un servizio giornalistico anonimo dal titolo Il Dahomey (n. 12 del 21 novembre 1878), cui seguirono, negli anni successivi, altri reportages su quella zona dell’Africa Nera: Le stragi annuali del Dahomey, di anonimo (n. 259 del 16 agosto 1883); Il paese degli Ascianti – Viaggio del signor Brun, agente consolare francese e vice-console d’Olanda, di Giulio Gros (dal n. 266 del 4 ottobre 1883 al n. 270 del 1° novembre 1883); e I nostri 93 giorni di prigionia al Dahomey, di C.N. Pietro (dal n. 663 del 14 maggio 1891 al n. 669 del 25 giugno 1891).[16]

 

3. La “Montagna d’oro”. Avventure nell’Africa centrale [Il treno volante]

La prima edizione fu pubblicata a Palermo, da Salvatore Biondo, nel 1901, con lo pseudonimo di cap. Guido Altieri e le illustrazioni di Corrado Sarri.[17] Un capitolo del romanzo (IX: L’assalto degli scimpanzé) era già stato pubblicato il 30 maggio 1901 sul n. 22 del periodico per ragazzi «Il Giovedì», edito dai fratelli Speirani di Torino. Nello stesso anno, la casa editrice Biondo ripubblicò il romanzo in 34 dispense, con 33 illustrazioni di Corrado Sarri. Successivamente, la I.R.E.S. di Palermo (in cui era confluita l’ormai scomparsa casa editrice Biondo)[18] ha edito il romanzo sotto il nome di Emilio Salgari. A partire dalla ristampa pubblicata dalla Sonzogno di Milano nel 1926, il romanzo è stato quindi correttamente presentato sotto il nome di Emilio Salgari, ma con l’apocrifo titolo de Il treno volante (più volte riproposto fin quasi ai nostri giorni, anche nella serie «I capolavori di Emilio Salgari» pubblicata dalla casa editrice Viglongo di Torino fra il 1945 ed il 1967).

L’azione del romanzo prende l’avvio la mattina del 15 agosto 1900, nell’isola di Zanzibar. L’aeronauta tedesco Ottone Steker e il greco Matteo Kopeki, grazie all’apporto del Germania, favoloso dirigibile volante (appunto il “treno volante” del titolo con cui il romanzo è stato più volte edito), prototipo dei più famosi Zeppelin, creato e perfezionato dallo stesso Ottone, si avventurano nel cuore dell’Africa Nera alla ricerca della leggendaria “Montagna d’oro”. Il loro amico arabo El-Kabir, infatti, ha tempo prima casualmente recuperato un documento, nel quale il viaggiatore inglese John Kambert, scomparso due anni prima, dichiara di essere stato preso prigioniero da una ferocissima tribù africana mentre si recava ad esplorare il lago Tanganika. Nel documento in questione lo stesso Kambert dichiara che, a chi riuscisse a liberarlo, indicherà l’esatta ubicazione della “Montagna d’oro”, nei cui misteriosi anfratti si celano favolosi tesori accumulati da tempo immemorabile. Ma anche il crudele e spietato mercante Altarik è al corrente del segreto e, all’uopo, ha allestito una carovana per impadronirsi dell’ingente tesoro. Risulta quindi indispensabile impiegare il dirigibile (che può essere smontato e rimontato a piacimento e presenta molteplici e inaspettate risorse di utilizzo) per battere sul tempo Altarik e raggiungere per primi John Kambert. Come sempre in questo genere di romanzi salgariani, imprevisti, agguati, scontri con bestie feroci e con tribù indigene ostili segneranno il lungo e difficile percorso di Ottone e Matteo (cui si è unito l’amico El-Kabir), i quali, comunque, alla fine, riusciranno a ritrovare John Kambert (ridotto ormai l’ombra di se stesso), ad eliminare il perfido Altarik e ad impossessarsi del tesoro della “Montagna d’oro”. I tre amici, quindi, faranno ritorno in patria, ove potranno godersi l’ingente fortuna accumulata e, grazie alla nuova amicizia con Kambert, saranno in grado di progettare nuove e stimolanti avventure.

Secondo romanzo pubblicato da Emilio Salgari per l’editore palermitano Salvatore Biondo con lo pseudonimo di cap. Guido Altieri (già utilizzato nel precedente Le stragi della China, pubblicato anch’esso nel 1901, e destinato a diventare il più usuale fra i molteplici pseudonimi salgariani), La “Montagna d’oro” è un tipico “romanzo d’Africa”, caratterizzato dal ben noto tema del viaggio in terre remote, sconosciute ed inospitali alla ricerca affannosa ma entusiasmante di qualcuno o di qualcosa (in questo caso, sia l’inglese John Kambert sia il tesoro della “Montagna d’oro”), circostanza, questa, che fornisce allo scrittore il destro sia per presentarci le consuete situazioni di pericolo, con scene di caccia, inseguimenti, agguati di selvaggi o di belve feroci, sia per mettere in bella mostra la propria abituale preparazione scientifica, botanica e zoologica. Quantunque il viaggio si svolga, prevalentemente, in aria a bordo del fantastico dirigibile Germania progettato dal geniale Ottone Steker, «le numerose soste sulla terraferma permettono allo scrittore di sfoggiare un fornito bestiario africano dove non mancano gazzelle, antilopi, leoni, elefanti, coccodrilli, sciacalli, zebre, rinoceronti, ippopotami e scimpanzé, di volta in volta prede o cacciatori, sullo sfondo di lussureggianti foreste equatoriali o di vaste praterie interrotte solo da pochi gruppi di banani e di sicomori».[19] Fra i personaggi del romanzo, oltre ai protagonisti, spicca il Sultano di Mhonda, re e tirannello di un minuscolo staterello centrafricano, la cui descrizione risulta largamente sovrapponibile a quella di analoghi personaggi salgariani di sovrani africani grotteschi e ridicoli, ubriaconi ed infidi, quali il re Bango de I drammi della schiavitù (Roma, Voghera, 1896) e il capo dei Griqui de La giraffa bianca (Livorno, Belforte, 1902).

Un altro elemento che, ne La “Montagna d’oro”, merita di esser messo brevemente in rilievo, è la presenza di un’immaginaria macchina volante, il dirigibile Germania di Steker attorno al quale ruota gran parte della trama. Salgari subì sempre, come è noto, il fascino del volo, dai palloni aerostatici che si incontrano ne Il tesoro del presidente del Paraguay (Torino, Speirani, 1894) e, soprattutto, in Attraverso l’Atlantico in pallone (ivi, 1895), fino al più preclaro esempio di macchina fantascientifica, ossia lo Sparviero, il mirabile aerostato alimentato a gas liquido che rappresenta il vero e proprio protagonista dei due romanzi costituenti il cosiddetto “ciclo dell’aria” o “degli esploratori dell’infinito”, e cioè I figli dell’aria (Genova, Donath, 1904) e la sua continuazione Il “Re dell’aria” (Firenze, Bemporad, 1907).

Per quanto attiene alle fonti del romanzo, oltre al consueto «Giornale illustrato dei Viaggi e delle Scoperte» e agli altrettanto abituali Il costume antico e moderno di Giulio Ferrario e i repertori zoo-antropologici di Louis Figuier, si possono annoverare «i resoconti di viaggio di David Livingstone e di Henry Stanley, prontamente diffusi in Italia dall’editore Treves, che si erano spinti nel cuore del Continente Nero sino alle rive del Tanganika. Utili riferimenti [Salgari] li ricava anche dalle imprese di John Speke, Richard Burton, James Grant, Samuel e Florence Baker in viaggio nella tenebrosa Africa alla ricerca dei “Monti della luna” e delle sorgenti del Nilo».[20]

Un’ultima osservazione riguarda il fatto che, alla fine del romanzo, l’autore ci informa che Ottone Steker, «il felice inventore di quel meraviglioso treno aereo, sta studiando, insieme a Matteo ed all’inglese, la traversata dell’Africa colla sua Germania».[21] Una frase, questa, che ci fa comprendere come assai probabilmente Salgari avesse l’intenzione di scrivere una continuazione del romanzo, forse addirittura di intraprendere un mini-ciclo fondato sulle avventure di Ottone e di Matteo (come aveva fatto, anni prima, con i personaggi di Diego e Cardozo nel cosiddetto ciclo “dei due marinai”, comprendente il già ricordato Il tesoro del presidente del Paraguay e Il continente misterioso, Torino, Paravia, 1894). Ad ogni modo, la continuazione de La “Montagna d’oro” non venne mai scritta e il romanzo rimase così isolato, come uno dei quasi sessanta “singoli” di Emilio Salgari.

 

4. La giraffa bianca. Avventure nell’Africa meridionale

La prima edizione fu pubblicata a Livorno, dall’editore Belforte, nel 1902, con lo pseudonimo di Guido Landucci e le illustrazioni di Giuseppe Garibaldi Bruno. Successivamente, ancora per la medesima casa editrice livornese, apparve un’edizione (di cui non è nota la data) firmata da Emilio Salgari e con una nuova copertina disegnata da Carlo Romanelli. I nomi di Guido Landucci e di Emilio Salgari si sono più volte alternati nelle edizioni dei primi decenni del secolo scorso, finché, a partire dalla ristampa della Sonzogno di Milano, apparsa nel 1928, il romanzo è stato definitivamente presentato con il vero nome dell’autore.

L’azione del romanzo si svolge nel 1858. Su incarico del giardino zoologico di Berlino, il dottor Skomberg, zoologo di chiara fama internazionale, si reca in Africa meridionale per catturare un rarissimo esemplare di giraffa bianca. L’animale, forse l’unico di tale specie esistente sulla faccia della terra, è stato avvistato da William Beker, consumato cacciatore, nonché valentissima guida esperta del luogo. Costui, in compagnia del fidatissimo servitore Kambusi, viene quindi incaricato di accompagnare il dottor Skomberg e il suo servo Flok (anch’egli di provata fedeltà) nella difficile e rischiosa spedizione. Alla ricerca della preda, i quattro cacciatori si imbatteranno in una serie di avventure con bufali, rinoceronti, leopardi e leoni, attraversando un amplissimo territorio ancora in gran parte inesplorato ed affatto sconosciuto, irto di pericoli e di insidie di ogni genere. Agguati e tradimenti degli indigeni a loro ostili, belve feroci ed ostacoli di una natura selvaggia ed incontaminata non fermeranno, comunque, gli intrepidi esploratori i quali, al termine del loro lungo viaggio, riusciranno finalmente ad avvistare la mitica giraffa bianca e saranno costretti ad abbatterla. La splendida pelle del rarissimo animale verrà quindi portata in Europa ed esposta in bella mostra al Museo Zoologico di Dresda.

Come gli altri romanzi pubblicati da Salgari per la casa editrice Belforte di Livorno con lo pseudonimo di Guido Landucci (ossia Sul mare delle perle, del 1903, e La Gemma del Fiume Rosso, del 1904, ai quali deve aggiungersi Avventure fra le pelli-rosse, edito dalla Paravia di Torino nel 1900, sempre col medesimo pseudonimo), si tratta di un romanzo breve (questo, anzi è il più breve dei quattro, poco meno di 100 pp. nelle moderne edizioni) ed assolutamente privo di figure femminili. Le tematiche proposte da Salgari in questa sua opera indubbiamente “minore” (ma come sempre non del tutto priva di interesse) sono in gran parte quelle già note e consuete di alcuni dei romanzi “d’Africa” dello scrittore veronese, con l’abituale espediente del viaggio di alcuni europei (o comunque bianchi) in terre sconosciute ed inospitali, a contatto con una natura vergine e rigogliosa e, di passo in passo, sempre a rischio della vita per gli incontri con pericolosi animali feroci o con indigeni in genere maldisposti, avidi e poco affidabili. Anche quest’ultimo elemento è un topos di larga ricorrenza nella narrativa salgariana. Tra i personaggi minori del romanzo spicca infatti, in apertura, il capo dei Griqui, ubriacone, vanitoso e ridicolo esempio di un popolo fatalmente in declino che ha ormai perso la purezza originaria a contatto con la corruttrice civiltà europea, «scroccone e superstizioso, che indossa un vecchio elmo di pompiere ammaccato […], figura grottesca, con la sua pelle raggrinzita e squamosa, gli occhi cisposi, il corpo disfatto dai vizi e dall’alcool».[22] Un personaggio, questo, che può degnamente fare il paio con il re Bango de I drammi della schiavitù (Roma, Voghera, 1896) o con il Sultano di Mhonda de La “Montagna d’oro” (Palermo, Biondo, 1901). Ma, nel corso della narrazione, ci si imbatte in altri personaggi di africani ben più nobili e positivi del grottesco capo dei Griqui, come Kumbo, capo di una tribù di bellicosi e coraggiosi briganti che attaccano e depredano il piccolo gruppo dei cacciatori costringendoli ad una lunga battaglia e, soprattutto, come gli anonimi indigeni che riescono a cacciare il rinoceronte con l’unico ausilio delle loro zagaglie. Salgari mostra, quindi, un atteggiamento bifronte nei confronti dei popoli africani. Egli, infatti, «oscilla […] tra una visione degli indigeni come barbari incivili e il fascino che verso di lui esercita il mito del buon selvaggio: primo per bellezza, generosità e coraggio».[23]

Un’ultima considerazione riguarda la conclusione del romanzo, con la crudele e brutale uccisione della giraffa bianca (scena, questa, che l’autore descrive peraltro in modo abbastanza cruento, tanto più ove si pensi che si tratta di un animale assolutamente inoffensivo). Ma, come giustamente è stato rilevato, «Salgari non ha perplessità morali o remore ecologiste. Lo scrittore è un uomo del suo tempo: non rifiuta la caccia, soprattutto se, come nel nostro caso, si pone al servizio della scienza».[24]

 

5. I predoni del Sahara

Il romanzo uscì in 22 dispense nel 1902 e fu quindi pubblicato in prima edizione in volume a Genova da Antonio Donath nel 1903 (ma Ann Lawson Lucas indica il 1902 come data di pubblicazione),[25] con le illustrazioni di Alberto Della Valle.

I predoni del Sahara narra di una difficile e delicata spedizione all’interno del Sahara, nella quale si trovano impegnati il marchese còrso Gustavo di Sartena e il fedele e gigantesco servo italiano Rocco, che salvano l’ebreo Ben Nartico dal linciaggio di alcuni fanatici marocchini, nella città di Tafilelt. Scopo della spedizione è quello di conoscere la sorte del colonnello Flatters, scomparso tempo prima nel deserto durante una missione. Ben Nartico, dovendosi ricongiungere alla sorella Esther, si aggrega alla carovana dei due, composta da sette cammelli, quattro cavalli e due asini, che da Tafilelt, attraverso Beramet, Eglif, Grames, dovrà raggiungere Timbuctù (o Tombuctù, come, con grafia d’epoca, scrive Salgari), la meravigliosa Regina delle Sabbie. L’incontro con la bella Esther finirà col turbare Gustavo; la fanciulla subirà il fascino del giovane e si unirà anch’essa alla missione. Il tradimento di un servo, il perfido El-Abiod, complicherà non poco i piani della spedizione, già d’altronde funestata da ostacoli di ogni genere, quali le ovvie difficoltà ambientali, il tremendo simun, un’invasione di cavallette, i leoni e le pantere e, chiaramente, gli assalti delle orde degli Scellok e dei Tuareg, appunto i predoni del Sahara da cui il romanzo trae il suo titolo. Aiutati dalla sorte e fermi nei loro propositi, i protagonisti riusciranno comunque a superare qualsiasi impedimento e ad impossessarsi di un favoloso tesoro. Al ritorno, ricchi e felici, Gustavo di Sartena ed Esther si congiungeranno per sempre, siglando, ancora una volta, l’unione fra un uomo e una donna dai diversi usi, costumi, tradizioni e confessione religiosa.

Il romanzo, la cui trama è in fondo abbastanza lineare, è denso di episodi secondari, di personaggi minori, tutti, comunque, assai ben caratterizzati. Attorno ai protagonisti, infatti, «si accalca una folla di mori, beduini, marocchini, incantatori di serpenti, santoni, dervisci, mendicanti, negrieri spesso avidi, crudeli e fanatici, o, talvolta, leali e generosi. Nonostante la natura sia aspra, le case e le grossolane tende arabe ospitano mosaici, splendidi tappeti, specchi, divani di seta, tavolini, candelabri d’argento o di rame, candele colorate, profumiere artisticamente cesellate, cuscini di seta ricamati in oro, posate argentate, bicchieri di cristallo».[26] Per quanto concerne poi le fonti dell’opera, non posso far altro che ripetere quanto autorevolmente scritto da Claudio Gallo, uno dei più attivi studiosi della produzione narrativa dello scrittore veronese: «Salgari conosceva tutto di quella particolare regione africana. Aveva considerato da vicino le spedizioni di vari esploratori: Alessandrine Tinné, Dournaux-Duperré e Joubert, Caron ed Heinrich Barth. Gli erano anche note le leggendarie imprese di Mungo Park. E, di particolare utilità, risultarono alcuni articoli del solito “Giornale Illustrato dei Viaggi” e il reportage Marocco di Edmondo De Amicis. Non è mai stato preso in considerazione, a torto, il Journal d’un voyage à Tembouctou et à Jenee di René Caillé, che Salgari poteva aver letto direttamente in francese. Non solo il popolare scrittore conosce e cita questo viaggiatore solitario ma ne segue, in linea di massima, anche se ne inverte le direzioni, il percorso. Non più da Kalondy verso Timbuctù e, quindi, Tafilelt, quanto piuttosto l’inverso, dal Marocco a Timbuctù e poi sino al mare, tra Guinea e Sierra Leone, come si può parzialmente riscontrare nella carta del Nord e del Centro Africa di F. von Stülpnagel (Hand Atlas di Adolf Stieler, 1873). Lo stratagemma dell’esploratore francese di travestirsi da arabo è adottato nel romanzo anche dai due europei. Dunque, una fonte di rilevante importanza, che la dice lunga sulla capacità enciclopedica dello scrittore veronese nel conoscere quanto di meglio offre la storia dell’esplorazione geografica del tempo».[27]

 

6. I briganti del Riff

La prima edizione apparve a Firenze, per l’editore Bemporad, nel 1911, con le illustrazioni di Alberto Della Valle (ma curiosamente senza il nome di Salgari in copertina). Nello stesso anno, Bemporad ripubblicò il romanzo in 26 dispense.

Pubblicato nel 1911, l’anno stesso del suicidio di Salgari, esso, probabilmente, è l’ultimo romanzo che venne edito mentre l’autore era ancora vivo, anche se in epoche passate si tentò di farlo passare come il primo dei romanzi postumi, motivando tale ipotesi con la mancanza del nome dell’autore sulla copertina (che invece altro non è che una banale, quanto malaugurata, svista di Alberto Della Valle). Ancora in anni a noi vicini, Ann Lawson Lucas, pur dichiarandosi disposta a ritenere autentico I briganti del Riff, mostra però una certa perplessità e parla di una autenticità «almeno approssimativa».[28]

Ambientato in Nord-Africa nel 1909, il romanzo racconta di Zamora (per il cui nome Salgari si è certamente ricordato di Zamoro, il protagonista maschile dell’Alzira di Giuseppe Verdi), bellissima principessa gitana erede della corona di regina delle tribù zingaresche della Spagna, che deve recuperare il sacro totem dei gitani, segno distintivo del comando, che, tempo addietro, è stato nascosto nell’altipiano africano del Riff insieme ad un favoloso tesoro. Mossa dal fondato sospetto che il re dei gitani voglia ostacolarla per non cederle il comando ed impossessarsi del tesoro, Zamora decide di provvedere personalmente al recupero dell’importante reliquia e, in questo, si avvale dell’ausilio di due studenti di Salamanca, Pedro e Carminillo, simpatici, spiantati e desiderosi di avventure, che la scortano e la proteggono durante la difficile missione. Con la scusa di proteggerla, il re dei gitani affianca a Zamora il perfido Janko che dovrà intralciarne le ricerche. Naufragati sulle spiagge del Riff, malgrado i reiterati tentativi di Janko, in conflitto con l’amore che segretamente egli nutre per la bella Zamora, i tre giovani riescono a localizzare il luogo in cui si nasconde il tesoro. Ma Janko denunzia i tre amici ai formidabili briganti del Riff, che all’epoca portavano avanti una guerra aperta nei confronti della Spagna. Pedro e Carminillo vengono presi prigionieri e rischiano la vita a più riprese, ma Zamora, che nel frattempo si è innamorata di Carminillo, riesce ad avvisare le truppe spagnole di stanza nella regione, favorendo così la liberazione dei due studenti. Quanto al perfido Janko, egli verrà eliminato dalla stessa Zamora, la quale, ottenuto il sacro totem dei gitani ed il favoloso tesoro, potrà finalmente fare ritorno in patria e vivere felice con l’amato Carminillo.

Dei briganti riffani Emilio Salgari si era già occupato nel racconto I pirati del Riff, dal titolo quasi identico a quello del romanzo, l’ultimo dei 67 racconti da lui pubblicati con lo pseudonimo di cap. Guido Altieri per la «Bibliotechina Aurea Illustrata» dell’editore Salvatore Biondo di Palermo fra il 1901 ed il 1906.[29] In questo racconto, lo scrittore presentava così i suoi protagonisti: «Gli uomini sono i più bellicosi e i più indomiti che esistano nel Marocco. Tutti alti, ben fatti, robustissimi, con capelli biondi ed occhi azzurri, la pelle quasi bianca: non hanno insomma quasi nulla di comune con gli altri mori del Marocco e dell’Algeria, che hanno invece capelli corti, ricciuti e neri, occhi che sembrano carbonchi e la tinta assai bruna, anzi talvolta quasi fuligginosa. Sempre in lotta contro i soldati marocchini, sempre col fucile in mano, pronti a difendere valorosamente le loro montagne, non sono mai stati soggiogati e se ne ridono tanto del Sultano quanto delle nazioni europee. Si occupano dell’allevamento del bestiame, ma preferiscono fare i briganti e soprattutto i pirati, e guai a quella disgraziata nave che i venti contrari o le correnti spingono sulle loro selvagge coste».[30]

Interessante è inoltre, nel romanzo, la presenza di Siza Baba, la vecchia e orrida “Strega dei Venti”, una «demoniaca eppure patetica gitana – come ha scritto Felice Pozzo – che domina sui superstiziosi briganti della montagna, rimpiange la sfolgorante bellezza perduta e discende dai lombi della strega Gagool, ben nota a Salgari perché molti anni prima egli aveva curato una personale versione di King Salomon’s Mines di Henry Rider Haggard. Se poi la guercia strega manifesta anche qualche caratteristica che ricorda il vecchio Althotas, maestro di Cagliostro descritto da Alexandre Dumas, si tratta di circostanza rivelatrice delle svariate reminiscenze che alimentavano la fantasia salgariana».[31] Pozzo fa qui evidente riferimento a Le caverne dei diamanti (Genova, Donath, 1899, pubblicato con lo pseudonimo di Enrico Bertolini), ma il personaggio della vecchia strega orrida e malefica ricorre comunque anche ne La Gemma del Fiume Rosso (Livorno, Belforte, 1904, pubblicato con lo pseudonimo di Guido Landucci), con la figura dell’indovina Man-Sciù. Tra le fonti del romanzo, si citano in genere Marocco (1876) di Edmondo De Amicis (la cui descrizione dei riffani, come ha notato Vittorio Sarti, verrà praticamente ripresa di peso da Salgari)[32] e i volumi sulla caccia al leone di Jules Gérard, in particolare La chasse au lion (1856). Felice Pozzo ha rilevato inoltre «il senso di soffocamento e di morte incombente, che denota lo stato d’animo dell’autore di quel periodo».[33] Basti pensare, a tal proposito, ad uno degli episodi più giustamente celebri e crudeli del romanzo, quello in cui Pedro e Carminillo vengono sepolti vivi nel ventre di due cadaveri di vacche, rischiando di essere sbranati dai leoni e dagli sciacalli (cap. XVI: Un supplizio spaventevole).

 

7. I predoni del gran deserto

La prima edizione in volume apparve a Napoli, per la casa editrice Urania, nel 1911, con le illustrazioni di Renato Ciolfi.

William Fromster, eccentrico milionario americano, apatico, introverso ed irrimediabilmente ammalato di spleen, non trova di meglio che, in barba alla fidanzata Odowna e all’amico Ernesto, vivere su un aerostato ancorato al suolo, nei pressi del Castello di Bellosguardo, in Francia. Quando sembra ormai deciso a ritornare alla normalità, un fulmine spezza il cavo che trattiene il pallone e l’aerostato si invola in balia dei venti, finendo per precipitare in pieno deserto del Sahara, dove il caso porterà Fromster a conoscere, presso un’oasi in cui è riuscito ad atterrare, lo scozzese John Weddel di Edimburgo, uno scienziato geniale che vive nel deserto accarezzando il progetto di trasformare l’immensa distesa di sabbia in un grande lago, progetto che, forse proprio per la sua eccentricità, incontra subito il favore di Fromster. Durante un assalto dei Tuareg, i predoni del deserto che danno il titolo al romanzo, Fromster e Weddel riescono a salvarsi miracolosamente. I Tuareg, infatti, ritenendo l’aerostato un mostruoso uccello magico e William un figlio del Sole, cercano di farselo amico e lo obbligano a seguirli fino al loro villaggio. Il capo della tribù impone, a questo punto, a Fromster di sposare la propria figlia, la bellissima Afza. All’inizio egli è riluttante, ma il fascino e la dolcezza di Afza riescono, a poco a poco, a compiere il miracolo. Quando Ernesto, che finalmente ha rintracciato l’amico dopo una lunga serie di avventure, cerca di riportarlo alla civiltà, viene da questi convinto a restare con lui presso i Tuareg.

Il breve romanzo costituisce un unicum all’interno del corpus narrativo salgariano. Esso, infatti, apparve in cinque puntate, fra il 29 novembre e il 27 dicembre 1896 su «Il Novelliere Illustrato», periodico pubblicato a Torino da Speirani (che poi ne cedette i diritti all’editrice napoletana Urania dei fratelli Ciolfi), quale continuazione del romanzo Vita eccentrica - Scene di fin di secolo di Vincenzina Ghirardi-Fabiani (nota con lo pseudonimo di Fabiola), apparso sulla stessa rivista l’anno precedente.[34] Si tratta di un romanzo breve, «una forma letteraria per la quale Emilio Salgari ha sempre dimostrato una particolare predisposizione».[35] Nella sua “continuazione”, Salgari ha modificato completamente, con le avventure nel deserto del Sahara, la tranquilla e placida impostazione “europeistica” che la Ghirardi-Fabiani aveva impresso alla storia.

C’è da notare che la protagonista femminile del romanzo si chiama Afza, nome che Salgari riprenderà oltre un decennio più tardi per la protagonista femminile di Sull’Atlante (Firenze, Bemporad, 1908).[36] Ella è «una creatura bellissima, dalla figura elegante e flessuosa, i lunghi capelli neri e gli occhi languidi e vellutati che suona magicamente la “tiorba”, una specie di chitarra, da cui sa trarre i suoni più delicati, e prepara il “medjum” (una sorta di pasta composta di burro, miele e foglie di “kif”, da cui si ricava l’“hascisc”) che fa sognare dolcezze infinite. Sull’esempio di Sherazade, la grande affabulatrice delle Mille e una notte, la giovane si rivela anche un’affascinante narratrice di storie, finendo per conquistare definitivamente il cuore dell’americano al quale non resta che mormorare: “Narrami quello che vuoi, purché io oda ancora la tua voce”».[37] Per quanto concerne poi lo spleen dal quale è affetto (almeno nella prima parte del racconto) il protagonista maschile, si tratta di un tema che ricorre con una certa frequenza nella narrativa salgariana: basti pensare alle figure di James Brandok ne Le meraviglie del Duemila (Firenze, Bemporad, 1907) e di Lord Wylmore ne La scotennatrice (ivi, 1909) e ne Le “Selve ardenti” (ivi, 1910).[38]

Come ha osservato Claudio Gallo in occasione della recente ristampa del breve romanzo, «I predoni del gran deserto […] è un racconto semplice, lineare, dotato di grande forza narrativa, profuso, nonostante lo scenario proprio del Continente Nero, di riferimenti alla cultura orientale, introdotta in quelle terre dall’espansione araba di cui i misteriosi Tuareg fanno parte a pieno diritto. Ed è proprio il magico fascino dell’esotismo che induce il viaggiatore ad abbandonare i suoi costumi per una vita “primitiva” ma affascinante. In qualche modo, il popolare romanziere si fa interprete di un incontro fra culture diverse e mondi lontani. È, dunque, la possibilità della comprensione e della accettazione della diversità che, in questo contesto africano, si affaccia con grande forza in Salgari».[39]



Armando Bisanti



NOTE:

[1] Su questa, che è una delle più distintive caratteristiche della narrativa salgariana, cfr. M. Tropea, Uno scrittore “elementare” e “planetario”: Emilio Salgari. I racconti della «Bibliotechina Aurea» Biondo, in E. Salgari (cap. Guido Altieri), I racconti della «Bibliotechina Aurea Illustrata» dell’editore Biondo di Palermo con i disegni originali di Corrado Sarri, a cura di M. Tropea, vol. I, prefazione di M. Tropea, saggi di C. Gallo, C. Lombardo, F. Pozzo, Torino, Viglongo, 1999, pp. IX-XXV.

[2] E. Salgari, I romanzi d’Africa. La favorita del Mahdi; I predoni del Sahara; Sull’Atlante, a cura di M. Spagnol, con la collaborazione di G. Turcato, 3 voll., Milano, Mondadori, 1973. In particolare, su La favorita del Mahdi cfr. F. Pozzo, Dal «Continente Nero» di Franzoj a «La favorita del Mahdi» di Salgari, in «Studi piemontesi» (1985); E. Salgari, A Tripoli! Il Mahdi, Gordon e gli italiani ad Assab nelle “corrispondenze” per la «Nuova Arena» (1883-1885), a cura di C. Gallo, Padova-Verona, Edizioni Europee-Perosini, 1994; A. Franzoj, Un ribelle nel Continente Nero, a cura di F. Pozzo - C. Gallo, Zevio (VR), Perosini, 1997; A. Lawson Lucas, La ricerca dell’ignoto. I romanzi d’avventura di Emilio Salgari, Firenze, Olschki, 2000, pp. 4-9, 63-64, 69-70, 86-88 e passim; E. Salgari, La favorita del Mahdi, a cura di C. Gallo, Milano, Fabbri, 2003. Su Sull’Atlante cfr. inoltre F. Pozzo, Enrico il toscano, in «Firme nostre» (settembre 1982); Id., Sull’Atlante, in «LG Argomenti» 3 (1985), pp. 42-46; Id., I naufraghi della vita, in Emilio Salgari e dintorni, Napoli, Liguori, 2000, pp. 155-162; E. Salgari, Sull’Atlante, a cura di C. Lombardo, Milano, Fabbri, 2003. De I predoni del Sahara si discorrerà più avanti.

[3] Cfr. E. Salgari., I drammi della schiavitù, ediz. condotta sulla prima del 1896, ripristinata dei brani “erotici” ed “evoluzionistici” censurati in tutte le successive, a cura di F. Pozzo - G. Viglongo, Torino, Viglongo, 1992; si vedano inoltre B. Traversetti, I drammi della schiavitù, in «Almanacco Piemontese», 1993; F. Pozzo, Il sorriso di Seghira, in Emilio Salgari e dintorni, cit., pp. 29-35; E. Salgari, I drammi della schiavitù, a cura di C. Gallo, Milano, Fabbri, 2003. Sul periodo di pubblicazione del romanzo, cfr. ancora L. Tamburini, Salgari torinese: il quadriennio 1894-1897, in «Bollettino della Biblioteca Civica di Verona» 3 (1997), pp. 213-216.

[4] Cfr. F. Pozzo, Nella giungla degli pseudonimi salgariani, in «Quaderni di storia» 45 (1997), pp. 155-167 (saggio utilissimo per districarsi fra gli innumerevoli pseudonimi con cui Salgari firmò romanzi e racconti); E. Salgari, Storie con la maschera, a cura di F. Pozzo, Atripalda (AV), Mephite, 2003; Id., Avventure straordinarie di un marinaio in Africa, a cura di G. Cantarosa, Milano, Fabbri, 2004.

[5] Cfr. H.R. Haggard, Le miniere di re Salomone, a cura di S. Ambrogi, Roma, Newton & Compton, 1995; E. Salgari, Storie con la maschera, cit.; Id., Le caverne dei diamanti, a cura di C. Lombardo, Milano, Fabbri, 2003; A. Lawson Lucas, La ricerca dell’ignoto, cit., pp. 126-129.

[6] Cfr. E. Salgari, Gli scorridori del mare, a cura di C. Gallo, Milano, Fabbri, 2004.

[7] Cfr. F. Pozzo, Emilio Salgari e i cavalieri di Malta, in «Settentrione. Rivista di Studi Italo-Finlandesi», n.s., 10 (1998), pp. 98-102; E. Salgari, Avventure in Africa. I. La Costa d’Avorio; II. Le pantere di Algeri; III. I briganti del Riff, a cura di V. Sarti, introd. di S. Gonzato, ill. di G. Gamba, G. Amato, A. Della Valle, 3 voll., Milano, Mondadori, 2003; Id., Le pantere d’Algeri, a cura di C. Lombardo, Milano, Fabbri, 2003.

[8] Cfr. E. Salgari, Le figlie dei Faraoni, a cura di C. Daglio, G. Viglongo, P. Pallottino, Torino, Viglongo, 1991; Id., Le figlie dei Faraoni, a cura di C. Gallo, Milano, Fabbri, 2003.

[9] Cfr. L. Braccesi, «Cartagine in fiamme»: ideologia e romanità in Emilio Salgari, in Scrivere l’avventura: Emilio Salgari. Atti del Convegno Nazionale [Torino, marzo 1980], a cura di A. Jacomuzzi - G. Bàrberi Squarotti, Torino, Quaderni dell’Assessorato per la cultura, 1981, pp. 236-243 (poi, col titolo L’ideologia capovolta, in Id., Proiezioni dell’antico. Da Foscolo a D’Annunzio, Bologna, Pàtron, 1982, pp. 121-126); P. Fedeli, Il romanzo, ne Lo spazio letterario di Roma antica, dir. da G. Cavallo, P. Fedeli, A. Giardina, IV, L’attualizzazione del testo, Roma, Salerno editrice, 1991, pp. 116-200 (in partic., pp. 132-133); E. Salgari, Cartagine in fiamme, a cura di L. Curreri, Roma, Quiritta, 2001; Id., Cartagine in fiamme, a cura di F. Foni, Milano, Fabbri, 2003. Come è stato ormai dimostrato, il romanzo ha ispirato il film Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone: cfr. M. Verdone, I film di D’Annunzio e da D’Annunzio, in «Quaderni del Vittoriale» 4 (1977), pp. 13-26.

[10] Tutti questi racconti (di cui comunque in questa sede non mi occuperò) si possono leggere in Cfr. E. Salgari (cap. Guido Altieri), I racconti della «Bibliotechina Aurea Illustrata» dell’editore Biondo di Palermo, a cura di M. Tropea, 3 voll., Torino, Viglongo, 1999-2002.

[11] Su questo argomento, cfr. il recente scritto di I. Visioli, Dalle appendici al libro. Su Salgari scrittore d’avventura, in Ricchezza di Emilio Salgari, numero monografico di «Belphegor» 5,2 (2006), disponibile on-line al sito www.dal.ca/etc/belphegor.

[12] Per le notizie relative alle date della prima pubblicazione e alle rispettive case editrici si è fatto ricorso alle bibliografie stilate da V. Sarti, Nuova bibliografia salgariana, Torino, Pignatone, 19942, pp. 35-122, da A. Lawson Lucas, La ricerca dell’ignoto, cit., pp. 171-178, e da F. Pozzo (di lui, si vedano soprattutto La bibliografia delle opere salgariane, in Scrivere l’avventura, cit., 1981, pp. 106-123; e Emilio Salgari e dintorni, cit., pp. 299-309).

[13] Su questo romanzo breve, uno dei più interessanti fra i primi scritti da Salgari, cfr. E. Salgari, Tay-See. La rosa del Dong-Giang, introd., testo critico e appendice di documenti a cura di G.P. Marchi, Padova, Antenore, 1994; E. Salgari, Tay See. La Rosa del Dong-Giang, seguito dall’inedito La guerra del Tonchino, a cura di C. Gallo, con presentazione di G.P. Marchi, Verona, Bonato, 1997; F. Pozzo, Tay-See, ovvero la Rosa del Dong-Giang, in «LG, Argomenti» 6 (Genova 1987), pp. 48-52; Id., La civiltà a colpi di cannone, in Emilio Salgari e dintorni, cit., pp. 113-122; E. Salgari, La Rosa del Dong-Giang, a cura di C. Gallo, Milano, Fabbri, 2003.

[14] C. Lombardo, Fra le amazzoni del Dahomey, in E. Salgari, La Costa d’Avorio, Milano, Fabbri, 2003, p. 6.

[15] Ivi, p. 6.

[16] Cfr. E. Salgari, Avventure in Africa, cit., vol. I, pp. 295-369.

[17] Sull’utilizzo di questo pseudonimo da parte di Salgari, cfr. C. Gallo - F. Pozzo, La breve parabola letteraria del capitano Guido Altieri, in E. Salgari (cap. Guido Altieri), I racconti della «Bibliotechina Aurea Illustrata», vol. I, cit., pp. XLIX-LXVI.

[18] Su queste ed altre vicende editoriali della casa editrice Biondo, cfr. C. Lombardo, La casa editrice Biondo di Palermo ed Emilio Salgari, ivi, pp. XXVII-XLVIII; e S. Mazzarella, I Biondo e Salgari, in E. Salgari, «L’Isola di Fuoco» e altre storie di mare, a cura di P. Pallottino - S. Mazzarella, Palermo, Sellerio, 1997, pp. 193-204.

[19] C. Lombardo, Un tesoro nel cuore dell’Africa Nera, in E. Salgari, La “Montagna d’oro”, Milano, Fabbri, 2002, p. 6.

[20] C. Lombardo, Un tesoro nel cuore dell’Africa Nera, cit., p. 6.

[21] E. Salgari, La “Montagna d’oro”, cit., p. 164.

[22] G. Cantarosa, Una lunga caccia, in E. Salgari, La giraffa bianca, Milano, Fabbri, 2003, p. 6.

[23] Ivi, p. 6.

[24] Ivi, p. 6.

[25] A. Lawson Lucas, La ricerca dell’ignoto, cit., p. 175.

[26] C. Gallo, Verso Timbuctù, la Regina delle Sabbie, in E. Salgari, I predoni del Sahara, Milano, Fabbri, 2002, p. 6. Fra le altre edizioni del romanzo, cfr. Id., I predoni del Sahara, con uno scritto di C. Magris, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1992.

[27] C. Gallo, Verso Timbuctù, la Regina delle Sabbie, cit., p. 6. Sul romanzo, cfr. il mio Scene di fanatismo in alcuni romanzi salgariani, in Ricchezza di Emilio Salgari, numero monografico di «Belphegor» 5,2 (2006), disponibile on-line al sito www.dal.ca/etc/belphegor.

[28] A. Lawson Lucas, La ricerca dell’ignoto, cit., p. 178.

[29] Lo si può leggere in E. Salgari, «L’Isola di Fuoco» e altre storie di mare, cit., pp. 139-150; ed anche in E. Salgari (cap. Guido Altieri), I racconti della «Bibliotechina Aurea Illustrata» dell’editore Biondo di Palermo con i disegni originali di Giuseppe Garibaldi Bruno, Corrado Sarri e illustrazioni tratte dal «Giornale illustrato dei viaggi», vol. III, cit., pp. 189-197.

[30] Ivi, pp. 189-190.

[31] F. Pozzo, Il “totem” dei gitani, in E. Salgari, I briganti del Riff, Milano, Fabbri, 2003, p. 6.

[32] Cfr. E. Salgari, Avventure in Africa.  III. I briganti del Riff, a cura di V. Sarti, cit., pp. VI-VII; e M. Botto, Due italiani nel Riff. L’Africa nella letteratura industriale da De Amicis a Salgari, in «Narrativa» 14 (1998), pp. 71-88.

[33] F. Pozzo, Il “totem” dei gitani, cit., p. 6.

[34] Cfr. Id., Vita eccentrica di un misogino americano narrata da Fabiola e da Salgari, in Almanacco piemontese 1995, Torino, Viglongo, 1994, pp. 158-167.

[35] C. Gallo, Il misterioso fascino dei Tuareg, in E. Salgari, I predoni del gran deserto, Milano, Fabbri, 2004, p. 5.

[36] Cfr. F. Pozzo, Emilio Salgari e dintorni, cit., pp. 159-160. Pozzo rileva, utilmente, che il nome Afza ricorre anche nel già ricordato I predoni del Sahara (Genova, Donath, 1903), laddove ella è «la più bella donna del deserto, una Tuareg» acquistata «a peso d’oro sul mercato d’Anadjem», i cui begli occhi provocano numerosi morti e la distruzione di un’oasi (cfr. il cap. 12 del romanzo, dal titolo Una vendetta nel deserto).

[37] C. Gallo, Il misterioso fascino dei Tuareg, cit., p. 6. La “tiorba” e il “medjum” (o “madjum”) compaiono anche ne Le pantere d’Algeri (Genova, Donath, 1903).

[38] Cfr. F. Pozzo, Lo “spleen” di Lord Byron, in Emilio Salgari e dintorni, cit., pp. 163-176.

[39] C. Gallo, Il misterioso fascino dei Tuareg, cit., p. 6.


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