Una ricetta di Emilio



Arcipelago delle Sulu: nelle foreste dell’isola perduta dei Robinson italiani. Come fabbricarsi un veleno letale

Tornando ad occuparci de I Robinson italiani, solo alla fine del romanzo veniamo a sapere che l’isola colonizzata dai naufraghi del Liguria si chiama Samary, è «la più meridionale dell’Arcipelago delle Solù» [leggi: Sulu] e dista «sole ottanta miglia da Tawi-Tawi». Dove e su quale mappa Salgari avrà pescato l’isola di tal nome facente parte di questo Arcipelago politicamente assegnato alle Filippine, che si estende fra l’estremità nord-est del Borneo e la penisola sud-occidentale di Mindanao? Rintracciare la Samary salgariana fra le 394 isole grandi e piccole, molte delle quali disabitate e senza nome, che compongono le Sulu, penso equivalga a cercare l’ago nel pagliaio.

Lo scrittore ne ha descritto le coste frastagliate e dirupate, forate talvolta da caverne, il monte a forma di cono che sovrasta le lussureggianti foreste, la varietà e abbondanza della flora e della fauna: ma tale descrizione potrebbe attagliarsi altrettanto bene ad altre isole dell’Arcipelago, senza escludere il sospetto che quella in questione sia frutto della sua fantasia.

Non sapendo come venirne a capo, godiamoci almeno le liriche immagini che Salgari ci dà della natura dell’isola dei Robinson al sorgere dell’alba. A cominciare dai pennuti e dagli insetti:

Il mondo alato si risvegliava sotto la brusca invasione della luce. In mezzo alle foglie degli alberi e dei cespugli ingemmati dalla rugiada notturna, svolazzavano a gruppi i più belli uccelli, le cui penne variopinte, a riflessi d’oro e d’argento o di rame, scintillavano vagamente sotto i primi sprazzi luminosi dell’atro diurno, sorgente sull’orizzonte.
I graziosi epimachus arruffavano le loro penne vellutate e brillanti, come se fossero cosparse di pagliuzze d’oro, e le loro lunghe cose sottili; i bellissimi chimanchus, volatili grossi come un piccione, col corpo anteriore nerissimo con striature d’oro e il posteriore candido, e la coda formata di barbe lunghissime ed arricciate, si spennacchiavano reciprocamente coi loro becchi sottilissimi ma assai lunghi; i charmasyna [leggi: charmosyna], specie di pappagalli, colle piume rosse e gialle a striature nere, cominciavano i loro cicalecci scordati ed importuni, mentre le splendide parozie dorate, scintillanti di mille colori, immobili sulle più alte cime degli alberi, si ubriacavano di sole, lasciando ondeggiare graziosamente le cinque barbe piantate sulle loro teste e terminanti in una specie di fiocco, ai soffi della brezza marina.
Miriadi d’insetti svolazzavano poi in tutte le direzioni: farfalle sfolgoranti, di dimensioni straordinarie, s’incrociavano sopra i fiori o attorno ai vasi vegetali dei calamus rimasti ancora aperti; farfalline rosse, gialle, azzurre ed anche battaglioni di lucertoline volanti, chiamate dai malesi draco, bizzarri animaletti lunghi venti centimetri, colla coda compressa, colle zampine unite da una membrana che serve come di ali e che permette a loro di spiccare delle volate di venti e perfino di trenta metri.


È ora la volta della flora:

Migliaia e migliaia d’alberi intrecciavano i loro rami frondosi o le loro foglie piumate, impedendo ai raggi del sole di penetrare fino a terra. La ricchissima e svariata flora malese, aveva là tutti i suoi campioni.
Si vedevano bellissimi alberi della canfora, coi tronchi così grossi che cinque uomini non sarebbero riusciti ad abbracciarli, e che esalavano un acuto profumo; degli splendidi sunda-matune o alberi tristi, così chiamati perché i fiori di tali alberi, che esalano un profumo squisito, non si aprono che di notte; dei pergolati di pepe, piante sarmentose che si avviticchiano attorno agli alberi, che hanno le foglie somiglianti a quelle dei nostri fagiuoli e i cui granelli aromatici disposti a grappolini dapprima verdi, poi rossi e quindi bruni quando sono giunti a perfetta maturanza; grandi upas, chiamati anche bohon-upas, snelli, alti oltre trenta metri e coperti di larghe foglie che formavano dei superbi ombrelli; noci moscate, piante somiglianti ai nostri allori, alte dai sei ai sette metri, già cariche di noci mature che esalavano acuti profumi; garofani coi rami già irti di quei mazzolini aromatici che vengono poi posti in commercio, quando sono ben seccati, col nome di chiodi di garofano; quindi, confusamente mescolati, stretti e avviluppati da lunghissimi rotang che formavano delle vere reti, si vedevano a centinaia alberi che producono il belzoino, ragia odorifera che scola incidendo il tronco di quella specie di abeti; alberi della cannella, alberi cotoniferi che producono una specie di bambagia serica, tecche colossali dal legno incorruttibile; alberi del ferro coi cui rami si fanno delle mazze pesantissime che non si possono scheggiare tanto sono resistenti le fibre di quel legno, ed un’infinità d’alberi gommiferi preziosissimi.


Seguono gli alberi da frutta, ma direi di fermarci qui. Ritorniamo invece ai bohon-upas già citati [leggi: bohun-upas], dai quali alberi uno dei Robinson italiani, l’enciclopedico veneziano Emilio Albani, ha deciso di estrarre il terribile veleno per confezionare frecce avvelenate a scopo difesa.
Ecco la ricetta che Salgari propone:
Fare una profonda incisione ai piedi dell’albero prescelto e introdurvi un cannello, sotto il quale va posto un recipiente. Rimescolare con un bastoncino il succo lattiginoso che ivi si raccoglie. Esporre al sole e lasciar condensare. Intanto, mettere a bollire in una pentola per sessanta ore (!) una manciata di foglie di gambir («una pianta sarmentosa coperta d’una corteccia rosso-cupa, con piccoli rami cilindrici e foglie ovali terminanti in una punta acuta e liscia d’ambo le parti, ma verso il picciuolo armate di spine uncinate»): il lattice che ne deriva, mescolato a quello dell’upas, serve per farlo meglio aderire alle armi e alle frecce. Il terribile veleno così ottenuto manda l’uomo all’altro mondo «in capo a dieci o quindici minuti». Se si aggiungono alcune gocce di strychnos tientè, altra pianta velenosa, l’effetto letale è ancora più rapido.

Inutile far presenti le cautele da osservare nel trattare il succo dell’upas. E ciò fin dal momento della raccolta, a causa delle esalazioni dello stesso albero. Salgari raccomanda di sostarvi sotto il meno possibile e di coprirsi con un berretto per evitare perdita di denti e capelli, e dolori difficili a guarirsi.

Oreste Paliotti


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