La voce perduta di Memnone



Le due colossali statue poste a guardia del tempio di Amenofi III presso Luxor hanno destato la curiosità di Salgari, che ha attribuito loro un ruolo nel romanzo “Le figlie dei faraoni”

L’Egitto salgariano delle Figlie dei faraoni è così denso di suggestioni che non posso trattenermi dal farvi una seconda incursione. Stavolta, attirato da uno dei monumenti più famosi di quella millenaria civiltà, puntualmente descritto nel romanzo insieme alle piramidi, al tempio rupestre di Abu Simbel, alla regale città di Menfi e ad altri siti: si tratta di quel “colosso di Memnone” che ha incuriosito Salgari per una sua particolarità all’epoca inesplicabile. Lo troviamo, insieme alla statua gemella, nel quarto capitolo, dove al protagonista Mirinri l’anziano sacerdote Ounis (in realtà suo padre, lo spodestato faraone Teti) rivela di essere il legittimo sovrano dell’Egitto cui spetta il trono usurpatogli dallo zio Pepi. Per dare al giovane faraone la certezza della sua identità, Ounis lo conduce davanti a quei giganti di pietra nei pressi di Menfi (licenza salgariana: si trovano invece presso Tebe, l’attuale Luxor):

Le statue di Memnone godevano presso gli antichi egizi una venerazione grandissima, che non cessò nemmeno dopo, quando i romani, quei formidabili conquistatori del mondo allora noto, ebbero invase le rive del sacro Nilo, anzi ebbero anche essi una vera venerazione pel fatto, allora straordinario ed inesplicabile, che una di esse, sia allo spuntare del sole che al tramontare dell’astro, dava un suono.
Gli antichi egizi affermavano che solo quando un Faraone s’accostava alle due statue, quella nota strana, che somigliava al crepitìo dello zolfo quando è riscaldato colla mano, ma infinitamente più forte, si faceva udire.
Che realmente suonasse la pietra, nessuno lo mette in dubbio, quantunque oggi sia muta come qualunque altra pietra. Strabone fu il primo ad affermarlo, avendo udito quello strano crepitìo in compagnia d’Elio Gallo, che era governatore dell’Egitto, quantunque non potesse discernere se quella vibrazione partisse dal piedistallo o dalla statua. Giovenale, che meno d’un secolo dopo fu esiliato a Sienne, nell’alto corso del Nilo, pure lo udì e anche Plinio parlò di quel prodigio.
Se agli egiziani la cosa sembrava meravigliosa, si trattava invece d’un fatto semplicissimo che fu più tardi spiegato. La statua parlante, come la si chiamava, e che sembrava rappresentasse un Faraone delle prime dinastie, in seguito ad un terremoto era stata spezzata all’altezza del ventre, mentre la sua vicina aveva resistito alla formidabile scossa. Da quell’epoca cominciò a suonare. La natura del sasso, formato da materiali eterogenei, tenuti insieme da una pasta silicea durissima, era tale che sotto le repentine variazioni della temperature crepitava. Ora quella variazione non accade che al sorgere del sole, dopo le notti freschissime di quel clima, e un po’ dopo il tramonto. Ed infatti, durante il giorno e la notte, la statua non faceva udire alcun suono.
Quando Settimio Severo, forse per superstizione o per onorare Memnone, figlio dell’Aurora, secondo le antiche leggende egiziane, fece restaurare il colosso con cinque enormi massi di marmo di gres, che si vedono tuttora, perché quelle due statue hanno resistito, al pari delle poche piramidi, alle ingiurie del tempo, la voce cessò d’un tratto. Quei massi furono una sordina: la vibrazione fu inceppata e Memnone, con grande dispiacere degli egizi, non parlò più: d’altronde i Faraoni erano ormai scomparsi e non erano più là per imporle di farsi udire.


Descrizione sostanzialmente corretta. Ed ecco il momento tanto atteso da Mirinri e dalla sua guida:

Il sole s’alzava rapido, allungando i suoi raggi sulla sconfinata pianura, ma la statua rimaneva muta. Anche Ounis aveva aggrottata la fronte. Ad un tratto si fece udire un leggiero crepitìo, che andò aumentando d’intensità, poi una nota limpida, un do echeggiò. Un grido era sfuggito dalle labbra del giovane. Si era alzato rapidamente, cogli occhi accesi, il viso trasfigurato da una gioia inesprimibile. Guardò il sole e gridò con voce tuonante: – Sì, io discendo da te, Osiris, sono un Faraone! L’Egitto è mio!

Poco dopo, nella piramide fatta innalzare dal padre, Mirinri riceverà un’ulteriore conferma delle sue origini regali dallo schiudersi in sua presenza, dopo un sonno millenario, del misterioso “fiore della resurrezione”. Ma non lo seguiremo fin lì; torniamo invece ai nostri tempi e alle attuali conoscenze circa i colossi di Memnone.

Alte 18 metri, pesano circa 1300 tonnellate ciascuna e fungevano da sentinelle all’ingresso del tempio funerario di Amenofi III (1387-1348 a. C.), il grande faraone della XVIII dinastia, padre di Akhenaton, l’utopico riformatore della religione egizia che impose il culto monoteistico del dio Sole (Aton).
Entrambe rappresentano Amenofi III in trono, le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto verso il sole nascente e il Nilo. Purtroppo il tempio era stato eretto su un terreno alluvionale e con fondazioni poco profonde: fu questo difetto di costruzione a decretarne la precoce rovina. Così, a giganteggiare nella deserta pianura – di volta in volta invasa dalle piene del fiume – rimasero solo quei due monoliti, già in epoca classica divenuti reperti archeologici di cui si era persa l’identità. Furono i greci e non gli egizi a identificarli con un personaggio della loro mitologia il colosso “parlante”, dandogli il nome di Memnone, il mitico re dell’Etiopia figlio dell’Aurora, e interpretando il suono emesso al sorgere del sole come il suo saluto alla propria madre. Suono che andò perduto, come Salgari ha registrato, quando l’imperatore Settimio Severo fece restaurare quello che era ormai ritenuto un oracolo, meta di pellegrinaggi da varie parti dell’Impero.
La prima cosa che scorge il visitatore diretto alla Valle dei Re, durante la sosta a Kom el-Hettan presso Luxor, sono appunto le due statue isolate nella pianura sulla riva sinistra del Nilo. Isolate, ma oggi un po’ meno sole: da pochi anni, infatti, nelle vicinanze sono stati rinvenuti altri due colossi di Amenofi III, attualmente in corso di ricomposizione, che misurano anch’essi circa 18 metri di altezza con la base. E numerose altre sculture stanno ritornando alla luce negli scavi di ciò che rimane del “Tempio di milioni di anni” voluto dal faraone.
Attestano la venerazione dei visitatori dell’antichità nei riguardi di Memnone i numerosi graffiti in lingua greca e latina incisi sulla superficie delle celebri statue (un vezzo comune a tutte le epoche!). Tra le iscrizioni più interessanti, gli epigrammi lasciati da due poetesse: Giulia Balbilla, vissuta alla corte di Adriano e amica intima di sua moglie Vibia Sabina, i cui versi rappresentano l'ultima testimonianza del dialetto eolico letterario usato da Saffo e da Alceo; e Cecilia Trebulla, di cui sappiamo solo il nome e che in uno degli epigrammi esprime il desiderio di condividere con la madre l’esperienza emozionante vissuta: «Mentre ascoltavo la sacra voce di Memnone, rimpiangevo/la tua assenza, o madre, ed auguravo che tu l’ascoltassi».
Anche Roma ha le sue “statue parlanti” rappresentate da sei reperti dell’antichità classica sparsi nel centro storico. Ma a differenza del colosso di Memnone esse non si esprimono emettendo misteriosi suoni, bensì con messaggi anonimi dal tono per lo più satirico contro i governanti: sono le “pasquinate”, così dette da Pasquino, la più famosa di esse.

Oreste Paliotti


Itinerari Salgariani

Indice!

Questo sito è ideato e gestito da La Perla di Labuan
Tutti i diritti sui testi sono dei rispettivi autori