Rapimento nel Celeste Impero
Alberto Leoncini

 

Nel settore economico dell’Ambasciata tedesca di Pechino erano poche le persone che avevano uno studio privato, Herr Stockl era una di quelle.

Nessuno, infatti, si sarebbe mai sognato di negare un ufficio “comme il faut”  ad uno dei principi dell’industria dell’acciaio tedesca.

Per dire la verità Herr Stockl  era ben lungi dall’investire risorse in Cina, ma si trovava nella capitale dell’immenso impero cinese per altri motivi; la sua unica ed adorata figlia Ann-Marie era partita nove mesi addietro con una missione diplomatica nella quale era stata inserita.

Suo padre, infatti, aveva molte conoscenze all’interno degli ambienti diplomatici tedeschi e non aveva avuto difficoltà a convincere un suo amico ambasciatore a portare con se la figlia a compiere il viaggio dei suoi sogni.

Era dall’ infanzia che questa giovane ammirava l’arte e la cultura cinese, per la precisione da quando la sua amatissima nonna materna Inge le aveva regalato un faraonico vaso di porcellana cinese.

Il viaggio in se non aveva avuto problemi, però, una mattina nella quale era rimasta da sola, Ann-Marie aveva commesso l’imprudenza di noleggiare una piccola barca per fare un’escursione nei dintorni dell’isola di Hainan, nel profondo Sud della Cina.

La piccola imbarcazione, come era d’altronde prevedibile, era stata attaccata e affondata dai pirati che abbondano in tutta la Cina.

La figlia di Herr Stockl era stata imprigionata dai malviventi, i quali, astutamente, non l’avevano uccisa ma la tenevano in ostaggio e l’avrebbero liberata soltanto dopo il pagamento di un forte riscatto: il suo peso in oro. L’unico lato positivo della situazione era che non sarebbe morta di fame.

Attraverso una fitta rete di agganci e connivenze i pirati erano riusciti a far sapere del riscatto a Herr Helmut Stockl.

Questa banda era una delle più potenti e sanguinarie di tutta la Cina, ed era capitanata dal più temibile dei pirati: Ming-shi.

I termini erano perentori, Herr Stockl aveva appena un mese per procurarsi e consegnare l’oro.

Con una normale nave nessuno sarebbe riuscito ad arrivare da Pechino ad Hainan in così poco tempo.

Herr Stockl, però, non era tipo dal lasciarsi andare facilmente, ed ebbe un’ idea, chiedere aiuto al suo amico Ottone Steker, noto scienziato e aeronauta (vedere “Il treno volante”, n.d.r.), i due si conoscevano dai tempi dell’università.

“So, caro amico - disse Herr Stockl - che tu hai perfezionato il tuo superlativo aerostato, no??”

“Sì, è vero.” - rispose Ottone.

“Bene, devi aiutarmi, ecco perché ho fatto trasportare qui te e la tua prodigiosa macchina volante”.

Rispose Ottone: “ Sarò lieto di aiutarti, però, spiegati meglio”.

“Devo arrivare nei dintorni dell’isola di Hainan entro un mese, trovare quel pendaglio da forca di Ming-shi, ucciderlo e farmi ridare mia figlia” replicò Herr Stockl.

“Caro Helmut, questo tuo piano è audace, io sono anche pronto ad aiutarti, ma come puoi pensare di riuscire a compierlo in due?”

“Non saremo in due, bensì in cinque”- detto questo batté le mani ed entrammo, eravamo in tre: io, Giuliano, un messinese e Sang-hi, un giovane cinese che ci avrebbe fatto da guida e, successivamente, anche da amico.

“Saranno loro che ci aiuteranno” - disse Herr Stockl.

“Senti Helmut, ma da dove partiamo??” - chiese Ottone.

“Ho già dato ordine di ricomporre e gonfiare il tuo dirigibile in una località a sessanta chilometri da Pechino, dove arriveremo col cavallo, si partirà stasera, alle otto!” Il tono di Herr Stockl, in quel momento non ammetteva repliche.

In serata partimmo, galoppando su dei piccoli cavalli mongoli.

Viaggiammo per tutta la notte, senza fermarci un secondo, finché giungemmo al luogo stabilito.

Dormimmo qualche ora per recuperare le energie che quella faticosa cavalcata ci aveva sottratto.

Il dirigibile era maestoso, imponente, direi una sfida dell’uomo alla natura.

L’impeccabile organizzazione di Herr Stockl aveva fatto sì che il dirigibile fosse già pronto a partire, carico di armi e viveri.

Era un modello perfezionato del precedente, sarebbe riuscito a resistere ai colpi di fucile, sempre che non venissero sparati troppo da vicino. La navicella era coperta, quindi più confortevole e adatta a compiere un viaggio così lungo, comprendeva: la sala di comando, una camera da letto singola e finemente arredata ovviamente riservata ad Herr Stockl, una camera da letto per me e Sang-hi ed una per Ottone e Giuliano, un bagno e una grande terrazza che correva tutto intorno alla navicella.

Ottone, però non dormì mai nella sua stanza, infatti si era preparato un letto in sala di comando, volendo sempre tenere sotto controllo la rotta del “Germania II”, aveva così battezzato il suo dirigibile.

La notte, infatti, ci si fermava soltanto poche ore, appena appariva un filo di luce decollavamo, ma ci sono state delle notti in cui non toccammo neppure terra, tanto era luminosa la luna.

Per raggiungere Hainan ci sarebbero voluti dieci giorni, ne erano già passati sette e tutti ci sentivamo già arrivati.

Il vento e le condizioni atmosferiche erano state a nostro favore in toto.

Il settimo giorno ci trovavamo al largo della città di Fuzhou, era una magnifica mattina. Il nostro compagno Ottone, con i suoi calcoli, era riuscito a trovare una corrente che, in soli due giorni, ci avrebbe condotto ad Hainan.

Ci saremmo dovuti spostare più a Ovest, sul mare, lungo lo Stretto di Formosa.

Il nostro dirigibile stava volando ad alta velocità, quando vedemmo una grossa giunca dell’Esercito Imperiale cinese.

I marinai avevano certamente visto l’enorme bandiera del Reich che Herr Stockl e Ottone avevano posto sulla coda del nostro dirigibile.

I cinesi non si fecero certo scrupoli di coscienza e ci bombardarono con molte palle. I loro cannoni erano poco efficaci, ma una scheggia di metallo ci colpì e si conficcò all’interno dell’involucro, forandolo.

Ottone non si perse d’animo, immise, con degli immensi tubi di aria compressa, un po’ di linfa vitale per il nostro dirigibile.

Era evidente, però, che fosse impellente atterrare.

Continuammo per circa mezz’ora, il tempo per distanziare quell’odiosa giunca e ci posammo su una piccola radura vicino alla costa.

Nessuno ci aveva visti, per fortuna.

Il dirigibile aveva uno strappo sulla fiancata sinistra.

Ottone disse:

“Per riparare questa falla ci vorranno almeno dieci ore!!”

Il nostro bravo aeronauta si mise al lavoro.

Io e Sang-hi chiedemmo il permesso di andare a cacciare qualcosa per cena, ci venne accordato molto volentieri.

Ci dirigemmo, quindi, all’interno della boscaglia con i fucili ad armacollo facendo attenzione a non spaventare i numerosi volatili che stavano appollaiati sugli alberi.

Sang-hi mi bisbigliò: “Non sparare che a colpo sicuro”

In poco tempo avevamo catturato cinque volatili, una specie strana, di cui Sang-hi conosceva il nome ma io non ricordo. Asserì che erano buonissimi da mangiare, ed io gli avrei dato ragione.

Improvvisamente udimmo la voce di Herr Stockl che si propagava per la boscaglia: “Presto! Siamo attaccati!”

Immediatamente scattammo come molle e corremmo verso l’accampamento, col cuore in gola, al pensiero di perdere i nostri amati compagni.

Ci fermammo sul lato destro della radura, vedemmo Herr Stockl, Ottone e Giuliano che sparavano furiosamente contro un drappello di cinesi indemoniati.

Probabilmente era una banda di “avanzi di cucina” della setta dei “Boxers”, che, da pochi mesi, aveva smesso di terrorizzare la Cina. Qualche membro, però, aveva fondato delle bande paramilitari che ancora scorrazzano per tutto l’Impero seminando distruzione.

Il rapporto di forza era di 10 a 1, infatti, i nostri validi compagni, si battevano come leoni, ma stavano per cedere all’orda devastatrice dei cinesi.

Noi ci appostammo dietro ad un masso per proteggerci, li avremmo presi tra due fuochi.

Cominciammo a sparare, caddero quattro cinesi, gli altri si trovarono disorientati, non capivano più chi gli sparava.

Lo scontro a fuoco continuò per qualche minuto e si concluse con gravi perdite da entrambe le parti. Erano morti dieci cinesi, però il nostro dirigibile era forato come un groviera.

Avrebbe avuto bisogno di riparazioni strutturali che era difficile eseguire in una sperduta radura nella Cina Orientale.

Tenemmo consiglio intorno al fuoco mangiando gli ottimi frutti della nostra caccia.

“Sentimi bene Ottone - disse Herr Stockl - io non ho alcuna intenzione di proseguire a piedi o in nave il nostro viaggio, vedi quindi di riparare quell’aerostato e di farlo volare”

“Ma Helmut - rispose Ottone - non so se potrò riparare l’aerostato, comunque ci vorranno almeno tre giorni.”

“Questa proprio non ci voleva - sbottò Herr Stockl - ma cerca di fare del tuo meglio”.

Quei toni non ammettevano repliche, così Ottone dovette ingegnarsi a sistemare l’aerostato, volente o nolente.

Anche il secondo giorno, dopo il nostro atterraggio coatto, andai a caccia con Sang-hi.

Già da diverse ore stavamo assolvendo il nostro incarico sulle rive di un torrente, quando, improvvisamente, vedemmo il corpo di un uomo.

Corremmo sul posto e scoprimmo, dall’uniforme che portava, che era un messaggero imperiale.

Aveva la febbre ed era tutto sudato.

Intanto vaneggiava così: “No!…No!….Ming-shi non deve distruggere Macao! L’Imperatore deve sapere!”

Caricai quel poveretto sulle spalle e mi accorsi che era ferito sulla scapola sinistra.

Percorremmo la strada a ritroso fino al nostro accampamento.

Spiegammo ai nostri compagni ciò che avevamo visto e sentito, quando finimmo il nostro racconto Herr Stockl disse: “Salveremo quest’uomo e lo faremo cantare!”

Giuliano, il nostro compagno di avventure ci aiutò molto, in questo momento.

Suo padre, infatti, era un noto medico di Messina. Il figlio cominciò a seguirne le orme, ma investimenti sbagliati e molti sperperi in vizi, lo avevano costretto ad emigrare in Germania, dove era diventato servitore e poi amico di Herr Stockl.

Era un tipo piuttosto taciturno, come molti siciliani, d’altronde.

Agiva e interveniva solo se gli veniva chiesto. Questo era uno di quei casi.

“Farò del mio meglio, non si preoccupi dotto’.”

Somministrò allo sventurato cinese uno sciroppo per abbassare la febbre, aveva perso i sensi, la ferita era infettata.

Giuliano lo girò, prese due ferri chirurgici e cominciò ad estrarre il proiettile, ci mise parecchio tempo, disinfettò la ferita, la lavò e la fasciò.

Si rivolse a noi dicendo: “Dovrebbe sopravvivere”

Il giorno seguente i lavori di riparazione dell’aerostato proseguirono, nel pomeriggio il nostro ospite riprese conoscenza, stava molto meglio.

Raccontammo lui la nostra storia, perché ci trovavamo lì, perché avevamo un dirigibile ecc..

Lui ci ascoltò attentamente e poi disse: “Io sono un messaggero imperiale, devo portare una comunicazione a nome del governatore di Macao.
Ming-shi, a voi tristemente noto, vuole mettere a ferro e fuoco la città, una spia ci ha riferito che fra tre giorni attaccherà, devo far sapere al comando della marina imperiale che deve confluire in forze contro quel brigante, infatti la flotta dei pirati è di sole tre giunche, ma sono bene armate e i suoi uomini pronti a tutto, i pirati godono, poi, di molte connivenze, in città."

“Come mai sei ferito?” - chiese Ottone.

“Mentre correvo a cavallo un predone mi ha colpito e mi ha rubato la borsa con le monete e il cavallo, poi mi ha abbandonato dove mi avete trovato”.

“Dove si trova il comando della marina?” - chiese Herr Stockl.

“A centocinquanta miglia da qui - rispose il cinese - ma io sarei dovuto andare a passare il messaggio ad una pattuglia navale che incrocia in queste acque, anzi dovrei andarci proprio stasera.”

“Bene, ci andrai egualmente - fece Herr Stockl, poi, rivolto a noi - sentite amici, noi dobbiamo sconfiggere Ming-shi congiuntamente con la marina cinese, lo dobbiamo attaccare prima che possa arrivare a Macao e fare altre vittime innocenti.”

 Costruimmo una portantina in legno per Hong-hai, così si chiamava il nostro ospite, e ci recammo nella baia prestabilita.

Accendemmo un fuoco che si potesse vedere anche dal mare, a quel punto Hong-hai mi consegnò un fischietto e mi disse di fare due fischi lunghi e distanziati,e così feci.

All’orizzonte, ancora illuminato dal sole morente vedemmo una giunca che si dirigeva verso riva, si fermò e venne calata una scialuppa che non tardò raggiungerci sulla spiaggia.

Ne scese un uomo che cominciò a discutere in maniera concitata con Hon-hai, parlarono per mezz’ora.

Quando se ne furono andati Hong-hai ci disse: “Ci manderanno quattro unità per attaccare Ming-shi”

“Bene - disse Herr Stockl, poi rivolto a Ottone - quando sarà pronto il dirigibile??”

“Domattina penso che ci potremmo alzare in volo, ma non garantisco nulla”.

“E io?? Dove andrò??” - fece Hong-hai.

“Mi pare ovvio che tu venga con noi!” - disse Herr Stockl

Per fortuna riuscimmo a riparare l’aerostato, i dodici buchi erano stati tappati, e il motore riparato.

Volavamo sul mare, era stupendo, ma il pensiero della pericolosa missione che stavamo per compiere non ci abbandonava.

Sapevamo bene che la banda di pirati sanguinari che stavamo per affrontare era un osso duro, forse troppo.

Dovevamo anche tenere conto della fittissima rete di appoggi di cui quella banda di manigoldi godeva.

Eravamo bene armati, avevamo una dozzina di efficienti fucili, cinque casse di munizioni e quindici bombe da sganciare.

In serata passammo nei dintorni di Macao, vedemmo le sue luci, la vitalità di una città ignara di ciò che sarebbe potuto succederle a breve, infatti la notizia non era stata fatta trapelare per non creare una psicosi controproducente.

Durante la notte dormimmo nelle campagne, e, alle prime luci dell’alba, ci alzammo in volo.

Sapevamo che, quel giorno avremmo incontrato il nostro nemico, proprio per questo i miei compagni stavano di vedetta sulla terrazza del dirigibile.

Verso le nove del mattino Sang-hi tolse gli occhi dal suo cannocchiale e disse: “Ci siamo, li vedo, saranno a dieci miglia da noi.”

“Fa vedere - fece Herr Stockl - lurido avanzo di galera, ti farò passare la giornata più brutta della tua ignobile vita - poi rivolto a noi - tutti ai posti di combattimento, prepararsi all’attacco.”

Sistemammo i fucili e le bombe. Vedevamo sempre più vicine le tre giunche dei pirati, col cannocchiale si distingueva il vessillo con un dragone fiammeggiante in campo nero sventolare sull’albero di maestra.

Eravamo vicinissimi, scorgevamo gli uomini preparare i cannoni, salimmo di quota per cercare di evitarli.

Cominciò il combattimento. Dalle navi fu sparata una raffica di proiettili e cannonate, ne fummo subito danneggiati, ma potevamo stare in aria. Rispondemmo, dalla nostra cabina furono sganciate  due bombe, la prima andò in acqua, la seconda fece saltare completamente la giunca più piccola.

Giuliano venne ferito, in un brutto punto, ma ce l’avrebbe fatta.

Anche Sang-hi subì la stessa sorte, ma venne colpito di striscio e poté continuare a combattere.

La battaglia era a nostro favore.

I fucili dei nostri nemici ci sfioravano, ma erano troppo lontani per forare l’involucro.

Non ci fidavamo a sganciare altre bombe, perché era probabile su una delle altre due navi ci fosse la figlia di Herr Stockl, sulla giunca più piccola, infatti non c’erano cabine perciò potevamo essere sicuri che Ann-Marie non fosse lì, perché non poteva essere nascosta sottocoperta.

Il combattimento continuava. Improvvisamente sentimmo un boato e vedemmo gli alberi dell’ammiraglia di Ming-shi cadere. Era la Flotta Imperiale, sei moderne navi di importazione avevano immobilizzato le giunche dei pirati. Ormai quel branco di manigoldi non aveva scampo.

Ming-shi venne allo scoperto sul ponte di poppa e urlò: “Potete distruggere, forse, la nave con a bordo la figlia di uno dei più importanti industriali tedeschi??”

I marinai si buttavano in mare, sperando di fuggire alla cattura e alla pena capitale.

La nave bruciava come uno zolfanello, gli ultimi colpi erano stati letali.

Herr Stockl disse: “Ottone, butta la scaletta!! - poi rivolto a me - Accompagnami!!”

Scendemmo per l’instabile scaletta di corda, la nave era un rogo, il fumo ci irritava gli occhi e Ottone, dal dirigibile ci urlò: “Devo salire, non posso rischiare che qualche scintilla mandi a fuoco il dirigibile!!”

Sentimmo delle urla di aiuto, Herr Stockl mormorò: “Ann-Marie”, ci slanciammo verso il luogo da dove provenivano.

Trovammo Ann-Marie,  svenuta, la caricai sulle spalle e corremmo verso il mare, facemmo appena in tempo a saltare i bordi della nave che un’immensa quantità di schegge, frammenti e brandelli ci investì: le fiamme avevano toccato la santabarbara.

Risalimmo sul dirigibile, Ann-Marie riprese i sensi e, appena ci vide, scoppiò a piangere, abbracciata a suo padre fu solo capace di dire: “Papà, perdonami”.

Nei giorni seguenti smontammo il dirigibile e lo imbarcammo a Hong Kong, sarebbe arrivato a Trieste e da lì sarebbe stato mandato in Germania in treno.

Tutti guadagnammo molti soldi da quell’avventura, infatti l’Imperatore ci diede un sacchetto di monete d’oro a testa per aver aiutato a sgominare una pericolosa banda di pirati.

Herr Stockl ci ricompensò lautamente per il nostro aiuto.

Io divenni aiutante di Ottone, il quale continuò le sue ricerche aeronautiche ricevendo i complimenti anche da Bismark in persona.

Giuliano ritornò a Messina, dove riprese l’attività di medico, stavolta più coscienziosamente.

Sang-hi si trasferì a Bonn e sposandosi con Ann-Marie, unione molto apprezzata da Herr Stockl, prese le redini dell’azienda di famiglia, permettendo così a Herr Stockl di vivere una serena vecchiaia sulla sua villa in campagna.

FINE