PARTE PRIMA
IL RAJAH DEL KINI-BALUCAPITOLO PRIMO: IL NUOVO RAJAH
I festeggiamenti per l'incoronazione del nuovo sultano del Kini-Balu e dei Monti Cristallo erano terminati da poco tempo: nel cielo notturno si stavano spegnendo, tra mille guizzi di luce, gli ultimi fuochi d'artificio magistralmente realizzati dal maggiordomo di corte, un anziano cinese che, come lo sono molti sudditi del Celeste Impero, era molto esperto nei giochi pirotecnici, e che era stato chiamato alla reggia per dirigere appunto una squadra di servi che s'occupava, ad ogni festa o ricorrenza, dello sparo di petardi e razzi colorati. Nella capitale, chiamata anche Città del Lago poiché una grande estensione d’acqua lambiva uno dei suoi sobborghi, i cittadini e i vari sudditi, convenuti ed invitati con proclami e bandi da tutto il territorio del sultanato a partecipare alle feste per la salita al trono del giovane principe ereditario, stavano lentamente scemando dai giardini del palazzo reale che erano stati aperti proprio per permettere a tutti di godere di cibi, bevande, musiche e spettacoli in gran quantità. Quindi tutti tornavano chi nelle proprie case in città, chi nelle varie locande che traboccavano di pellegrini, chi negli accampamenti allestiti appena fuori le mura che proteggevano la capitale: tende in abbondanza erette per far fronte a quel numero straordinario di visitatori.
Le persone che defluivano fuori dei giardini reali, erano una vera fiumana di cittadini vestiti con costumi ed abiti molto differenti tra loro ma prevalentemente molto belli, lasciati in serbo per le grandi occasioni. V'erano nobili, dignitari, capi tribù, governatori di lontani villaggi, vestiti con pittoreschi, stupendi e grossi turbanti multicolori, con scialli e tuniche ricoperte di pietre preziose, attorno ai quali v'erano servitori e schiavi d'ogni età. Ma tra quella gente vi si trovavano anche, ed erano la maggioranza, uomini coperti di soli stracci, a volta seminudi, privi di calzari, o donne modestamente vestite, ma comunque agghindate con fiori e collane; alcune portavano indosso un languti colorato o un lungo sari che arrivava sino ai piedi.
Nella moltitudine trovavano posto anche tantissimi bambini e ragazzi, vocianti, chiassosi, felici, che correvano per quelle strade illuminate per l'occasione con lampade ad olio o a talco. Ad ogni crocicchio di strada si vedevano venditori ambulanti, con carretti carichi delle merci le più disparate, come frutta, abiti, collane e pendagli, calzari e borse, utensili da lavoro e da cucina, che reclamizzavano la propria merce con grida ormai rauche. A volte si vedeva un mendicante, di solito un vecchio ischeletrito che si trascinava dietro il suo bastone, con sulle spalle una bisaccia o un sacco quasi vuoto, che stendeva la mano in cerca di un'elemosina che ogni tanto qualcuno, tra i facoltosi ospiti cittadini, elargiva con generosità.
Erano insomma migliaia di persone, quanti nessuno aveva mai visto in città, che andavano via dalla reggia, ormai sazie di cibi, di musiche, di giochi, di colori, di suoni, gustati ed apprezzati in abbondanza. I festeggiamenti erano infatti durati ben tre giorni e tre notti. Il nuovo sultano era stato molto prodigo, soprattutto con i più poveri, regalando loro rupie in abbondanza, prelevate dal tesoriere di corte dai giganteschi beni e fortune accumulate nel tesoro reale da molte generazioni di re e sovrani, sin da quando era sorto tale regno. Molte ricchezze derivavano dall'economia del sultanato che era molto florida, in quanto l'agricoltura ed il commercio erano molto sviluppati, mentre già funzionava da anni lo sfruttamento delle miniere di diamanti e di rame nel sud del paese.
II vecchio sultano Muluder che aveva abdicato in quei giorni, era stato molto saggio, facendo procedere il regno sulla via dello sviluppo, affrancando molti sudditi dalla povertà più totale, tanto presente a quei tempi nei paesi orientali e soprattutto nel Borneo, ove appunto si trovava il sultanato dei Muluder: il regno di Sabah, nelle regioni del nord-est di quella gigantesca isola dei mari della Sonda.
Il vecchio Muluder era benvoluto da tutto il popolo, o almeno da quello che maggiormente aveva beneficiato di questo relativo stato di benessere, che aveva affrancato dalla povertà una bella fetta delle popolazioni, almeno quelle che abitavano nelle città o nei grossi villaggi del regno. Muluder, oltre alla moglie Coruma aveva due figlie femmine e tre maschi. Il primogenito, suo diretto discendente e principe ereditario si chiamava Sandokan ed aveva, nell'anno in cui iniziava questa storia, e cioè nel 1843, solo venti anni.
Nonostante la giovane età s'era fatto subito notare, sin da fanciullo, per la sua forza, il suo coraggio, la sua lealtà e la sua intelligenza. Ma non amava vantarsi per queste sue doti naturali, anzi si dimostrava mite con gli umili e generoso con gli indigenti. Al contrario palesava tempra con i potenti confinanti del regno di Sabah e valore indomito contro ogni tipo di nemico.
Sandokan era un giovane d'alta statura, di corporatura robusta ed aitante, molto bello in viso, con fronte spaziosa, occhi grandi e fieri, che esprimevano virilità ed audacia, con ciglia molto folte, naso dritto, barba curata, capelli lunghi, nero corvino, sciolti sulle spalle. Dal suo aspetto trapelava lealtà, tenacia e fortezza di spirito. Voleva molto bene ai fratelli, alle sorelle e ai genitori. Per questo motivo rimase molto addolorato quando gli fu riferito della decisione presa dal padre d'abdicare, anzitempo, in suo favore. Cercò quindi di convincere il padre suo a rinviare questo proposito, appellandosi al fatto che il sultano era ancora in perfetta salute e non troppo anziano, cose queste che gli avrebbero consentito di governare ancora per diversi anni. Tuttavia il padre era molto fiducioso nelle capacità e nella maturità del primogenito, ormai pronto alla successione e quindi fissò il giorno dell'incoronazione senza porre altri indugi.
Tale irrevocabile decisione fu quindi palesata ai dignitari di corte e poi a tutta la popolazione, fin nei più lontani villaggi e nelle provincie più remote del vasto regno. Arrivò così il giorno dell'incoronazione, i festeggiamenti della quale, come abbiamo narrato, erano appunto terminati.
Pur tuttavia nel sultanato del Sabah v'erano seri problemi: le tribù dell'interno e quelle costiere erano in agitazione. Quei popoli ancora non civilizzati mal sopportavano alcun legame con l'autorità centrale e tendevano a staccarsene, con il rischio di gettare il paese in una guerra civile. A tale stato di cose s'aggiungevano le malcelate bramosie degli inglesi i quali, direttamente o indirettamente, perseguendo la politica coloniale di quei tempi, tramite spie e sobillatori, cercavano d'allargare i propri protettorati e domini sulla regione.
Oltre a tali pericoli nei vicini stati di Varauni e Sarawak, a sud del regno dei Muluder, erano ascesi al trono due nuovi sultani che s'erano dimostrati subito uomini ambiziosi e violenti, che non facevano mistero del loro desiderio d'estendere la propria sovranità a scapito dei territori del sultanato del Kini-Balu. Già da tempo v'erano stati, da parte delle truppe di Varauni, vari sconfinamenti con incidenti ripetuti, che avevano causato morte e distruzione nei villaggi al confine del regno di Sabah. Lo stesso era accaduto nelle zone confinanti con Sarawak. Il vecchio Muluder, con pazienza e diplomazia, aveva cercato di evitare una guerra con i vicini, guerra che poteva essere devastante per i vari popoli, ed aveva tentato di allentare la tensione inviando al confine solo truppe di contenimento per far desistere gli aggressori, che difatti, dopo pochi giorni di assalti e ruberie, si ritirarono nei propri confini.
La clemenza e la remissività dimostrata dal vecchio Muluder verso i vicini, trovava poco d'accordo il giovane Sandokan, il cui carattere audace e risoluto non tollerava assolutamente i soprusi e le violenze ai danni di villaggi indifesi, le cui vittime spesso erano donne, vecchi e bambini, meno lesti a scappare di fronte al nemico. A tutto ciò il principe ereditario avrebbe ben voluto rispondere con una guerra di difesa generale su tutto il confine. Ma Sandokan non voleva contrariare il proprio padre: l'amava troppo per criticarlo e lo stimava moltissimo per permettersi di dargli dei consigli. Inoltre il giovane figlio di Muluder ben sapeva che l'atteggiamento assunto dal padre di fronte al nemico, che poteva sembrare dettato da prudenza, non era certo da addebitarsi a viltà personale del sultano. Infatti Muluder era un prode e valente guerriero, che aveva combattuto per anni sempre in prima linea, esponendosi di persona nelle lunghe guerre contro le indomite popolazioni dei daiacchi dell'interno, da sempre turbolente contro il potere regio.
Questa gran considerazione per le decisioni prese dal genitore nei confronti degli incidenti di frontiera coi sultani limitrofi, non aveva impedito però al cuore di Sandokan di sanguinare, poiché troppo soffriva per la mancata reazione a tali invasioni. Adesso che era stato incoronato nuovo rajah del Sabah, poteva sembrare opportuno e necessario condurre una nuova politica sia con Varauni, sia con Sarawak, sia con le tribù all'interno del suo regno: occorreva dunque fare chiarezza con tutti. Nell'animo di Sandokan non v'era desiderio di vendetta, ma solo fermo proposito di ristabilire la sovranità su tutti i territori del suo sultanato Appena terminate tutte le cerimonie, una volta congedati invitati ed ospiti di riguardo, il nuovo rajah pensò bene di riunire i suoi due fratelli al fine di avere con loro un lungo abboccamento: era infatti intendimento di Sandokan ricevere dai fratelli le massime garanzie per una completa armonia e solidarietà comune, fattori indispensabili per governare un regno con tanti problemi.
Dei due congiunti Selim, il più giovane, aveva solo sedici anni; pur tuttavia era coraggioso, svelto d'ingegno ed intraprendente come un adulto. L'altro fratello, Agun, di due anni più anziano, era invece il più riflessivo e misurato dei tre, molto intelligente e dotato di una profonda cultura. Aveva studiato per anni, aiutato da alcuni maestri, provenienti dall'India e dalla Cina, che avevano a lui insegnato molte discipline scientifiche ed umanistiche.
Quando Sandokan ebbe riunito i fratelli e li ebbe davanti a se, seduti su comodi cuscini disse:
- Caro Selim e caro Agun, vi ho qui convocati in quanto ho bisogno dei vostri consigli e di tutta la collaborazione che vorrete darmi in questo particolare momento, così importante per la mia vita di futuro sultano. Come ben sapete, da alcuni anni, in varie provincie del nostro regno, si respira aria di sommossa, soprattutto da parte dei daiacchi di mare e di alcune popolazioni dell'interno. Come se non bastasse, i nostri vicini vogliono allargare i propri tenitori a nostro danno. Ho quindi pensato di chiedervi questo: dividiamo la nostra presenza nello stato in modo da essere un solo governo e quindi una sola testa pensante ma con tre braccia armate.
Per attuare subito questo disegno, io andrò sul confine del sud e ristabilirò la tranquillità violata dalle truppe di Varauni e del Sarawak; tu Agun rimarrai qui in città in quanto occorre avere sempre un capo che diriga la politica interna ed amministri la giustizia; al contempo vigilerai anche sui nostri genitori e sulle amate sorelle; tu, invece, mio diletto Selim, che sei sempre in cerca di avventure, ti recherai a far visita al capo delle tribù daiacche dell'interno, di nome Beluran, per rinsaldare con lui la nostra amicizia. Se eseguirete questi miei desideri, e soprattutto se ne sarete d'accordo, mostreremo al popolo, ma in particolare ai nostri nemici, che tra noi fratelli regna non solo la perfetta unione e collaborazione, ma che non vi sono invidie o discordie connesse alla successione. Il mio volere e la mia massima felicità sarà quella di governare con il vostro aiuto ed appoggio, dividendo onore e gloria e, purtroppo, qualche preoccupazione. Vi prego di dirmi ora cosa pensate dei miei progetti, ma vi prego d'essere molto franchi.
Selim, il fratello minore, un giovanotto molto alto, anche se magro, con una buona muscolatura, dall'aspetto fiero e deciso, prese per primo la parola e disse:
- Grazie Sandokan per avermi preso in considerazione come se già fossi un adulto. Farò di tutto per essere all'altezza della missione che m'affidi. Ti dimostrerò che la tua fiducia è ben riposta: quindi approvo i tuoi progetti e mi dichiaro pronto non solo a partire anche domani, ma ad aiutarti sempre, stando in ogni caso al tuo fianco in ogni frangente.
Prese poi la parola Agun, un poco più basso di Sandokan, dal fisico più grassoccio, forse con un corpo meno atletico ma con uno sguardo estremamente sveglio ed intelligente. Il tono del suo discorso fu più tranquillo e meno infervorato di Selim, ma quello che disse sembrava frutto di un assennato ragionamento:
- Anche io ti sono grato per la fiducia che ci accordi e ritengo molta accorta la tua strategia di far vedere in tre posti diversi i membri della nostra famiglia. Così facendo incuteremo nei nostri amici rispetto e considerazione, mentre i nemici capiranno che abbiamo subito preso in mano la situazione per il verso giusto. Solo un dubbio m'affligge: che tu possa farti coinvolgere dai nostri confinanti in una guerra contro un nemico più agguerrito e preparato di noi.
A questa giusta preoccupazione del fratello Agun gli occhi di Sandokan s'infiammarono e la voce si vece vibrante ed appassionata. Questa fu la sua risposta:
- E' ormai giunto il momento d'alzare la testa e di difendere il nostro popolo, più volte assalito e decimato da nemici interni ed esterni. Se, durante la mia visita nei luoghi più volte messi a ferro e fuoco, troverò ancora delle truppe d'occupazione nemiche, le attaccherò a fondo e le rigetterò oltre confine. Vedremo chi saprà resistere ai nostri guerrieri, quando sarò io alla loro testa con la spada sguainata ad ordinare una carica! In ogni modo terrò nel dovuto conto le tue preoccupazioni, caro Agun, e non mi farò prendere dall'ira senza aver prima ben ponderato il da farsi.
I fratelli annuirono in segno d'assenso.
La riunione era terminata: Sandokan percosse con un martelletto di legno un gong, finemente cesellato che si trovava a lui vicino, e subito un maggiordomo portò sulla tavola centrale, con un vassoio d'argento, tre bicchieri di puro cristallo, che mandavano dei lucenti bagliori, contenenti un liquore di color rosso vivo. I calici, dopo essersi toccati, in un augurale brindisi, furono vuotati e i tre fratelli s'abbracciarono a lungo, auspicandosi reciprocamente buona fortuna per il prossimo viaggio che li avrebbe divisi per alcune settimane. Una volta che Selim ed Agun furono usciti, Sandokan mandò a chiamare il comandante supremo del suo esercito. Nell'attesa che arrivasse il suo generalissimo, il nuovo rajah s'avvicinò ad un prezioso armadietto nel quale si trovava la sua corona regale. Il suo genitore l'aveva fatta forgiare ed impreziosire da alcuni valenti orafi siamesi. Si trattava di un massiccio cerchio d'oro alto un mezzo piede, ornato all'intorno di diamanti, con delle piccole guglie sulle quali v'erano pietre preziose d'ogni tipo e colore, grosse come ciliegie mature o come noci. Sandokan guardò a lungo quel bellissimo diadema: l'aveva portato in testa durante i tre giorni dei festeggiamenti, ma terminati che furono, se l'era subito tolto dal capo in quanto non amava pavoneggiarsi con quel simbolo del potere regale. Quindi disse tra se:
- La consuetudine vuole che quando un rajah conferisce con i propri sudditi si ponga la corona in capo, impugni lo scettro e salga sul trono; cercherò di modificare da subito questo scomodo cerimoniale, in quanto ritengo superfluo dare sfoggio di regalità con questi orpelli, bensì e semmai con provvedimenti saggi ed azioni coraggiose.
Detto questo si vestì con una giubba di tessuto leggero, con delle bordure di lamine d'oro, adorna di fili di perle e di pietre preziose di valore inestimabile, inforcando delle babbucce tempestate di rubini e smeraldi. Appena terminato d'abbigliarsi si recò nello studio da lavoro, ove il padre suo era solito incontrarsi con i vari dignitari di corte. Vi s'accedeva salendo dei gradini realizzati con legno di tek, ricoperti da tappeti di vari colori e fatture; ai bordi della scala v'erano dei mancorrenti d'oro massiccio, fissati al muro con dei supporti di pregevole fattura. Aprì la porta d'ebano, foderata di lamine d'argento ed entrò in un grazioso salotto che faceva da anticamera allo studio vero e proprio. Le due stanze erano tappezzate con seta cinese ricamata in azzurro, ed avevano ampie finestre che prospettavano nel parco, protette da leggere stuoie di cocco strettamente intrecciate, che s'agitavano mosse dai soffi della fresca brezza serale che penetrava dai vetri lasciati aperti.
Si sedette davanti uno scrittoio, molto bello a vedersi in quanto v'erano attorno tutta una serie di piccole sculture realizzate nello stesso legno con cui era costruito, intercalate da microscopiche miniature in ceramica cinese, e si portò alla bocca la cannuccia di un bellissimo narghilè di rame e vetro, dentro al quale v'era un miscuglio di acqua di rose, tabacco, betel ed oppio. Cominciò quindi a fumare e dalla sua bocca uscirono delle nuvolette di fumo oleoso e discretamente profumato.
Poco dopo udì bussare; Sandokan ordinò d'entrare ed al suo cospetto si presentò il generale Batik, comandante dell'esercito dello stato del Sabah. Era un uomo di circa quarant'anni, di corporatura segaligna ma robusta, con la fronte bassa, gli zigomi sporgenti, gli occhi obliqui come quelli dei cinesi, la carnagione molto scura: si comprendeva che quell’essere umano rappresentava l'incrocio tra alcune razze locali. Tutta la sua persona trasudava un non so che di falso o di ambiguo, che denotava un carattere scaltro ma subdolo, cosa questa che non attirava certo simpatia in chi entrava in contatto con lui. Le sue vesti erano molto ricche, tenute con cura ed eleganza; nella fascia che gli incorniciava i fianchi era infilato un corto tarwar, un'arma indiana da taglio, di acciaio finissimo, assai affilata. Un leggerissimo sorriso beffardo era scolpito sul suo volto ed anche questo particolare rendeva più antipatica la sua figura. Era stato scelto a comandare le truppe dal vecchio sultano sia per la sua preparazione bellica sia perché era parente di un capo tribù dell'interno, con il quale Muluder voleva seguitare a vivere in armonia, continuando una proficua alleanza.
Appena entrato s'inchinò dinanzi al suo nuovo sultano dicendo: - Lunga vita e prosperità al mio signore e padrone! - Ascolta, Batik -iniziò subito Sandokan, che amava andare per le spicce - per domani mattina farai approntare una compagnia di cento uomini. Mio fratello Selim li passerà in rassegna, e sceglierà tra essi chi dovrà accompagnarlo in un viaggio che compirà nelle regioni ad est del nostro stato. Gli uomini dovranno essere equipaggiati ed armati di tutto punto. Partiranno domani stesso.
Batik chinò il capo in segno d'assenso.
- Tra pochi giorni partirò anche io - continuò il rajah - per recarmi sulle frontiere meridionali del Sabah. Avrò bisogno di molti uomini. Forse, se sarà necessario, dovremo intraprendere una vera guerra. Quindi, pur considerando che occorre lasciare una guarnigione cospicua nella capitale, vorrei con me tutti gli uomini disponibili. Quanti guerrieri prevedi che possano esser pronti tra sei o sette giorni?
Batik rispose:
- Mio signore, nella capitale abbiamo ora solo cinquecento uomini circa; molti guerrieri sono sparsi nelle campagne per sorvegliare il flusso dei sudditi che tornano ai loro villaggi dopo le feste per l'incoronazione, mentre molti altri soldati sono nelle più importanti cittadine del regno e nelle varie provincie. Per radunarli tutti, anche mandando rapidi corrieri per ogni dove, ci vorrà almeno un mese. Inoltre . . . - e qui la voce si fece misteriosa ed incerta - molti d'essi sono scontenti: ci sono delle rivalità tra i guerrieri delle tribù del sud con quelle del nord . . . Insomma mi sarà difficile allestire una truppa che abbia buona voglia d'affrontare una lunga campagna di guerra.
A queste parole Sandokan ebbe un sussulto, gettò lontano la cannuccia del narghilè, scattò in piedi e disse:
- Ma cosa sento Batik! Tu che sei conosciuto da tutti come un valoroso guerriero, sempre pronto ad affrontare guerre e pericoli, tu che sei stato nominato generalissimo da mio padre per i meriti guadagnati sui campi di battaglia, tu mi fai queste obiezioni? Prometti a tutti i soldati doppia paga e dì loro che andiamo a difendere il sacro suolo della patria nostra!
- Farò quello che potrò - rispose il generale - e cercherò di radunare almeno mille uomini: deciderai poi tu, o mio signore, quanti ne dovranno restare in città.
Sandokan accomiatò con un gesto nervoso il suo comandante, che uscì inchinandosi. Indi cominciò a passeggiare nervosamente per la sala mentre le sue mani accarezzavano l'impugnatura della spada che gli pendeva al.fianco, protetta da un prezioso fodero allacciato alla vita.
- La situazione è sempre più incerta - disse tra sè - e forse farei bene a sostituire questo generale con un altro più fidato e più deciso. A pensarci bene, non mi è mai piaciuto quel suo fare mellifluo ed ora mi desta inquietudine questa serie di dubbi e perplessità che mi ha sollevato. Che sia paura?
Un lieve rumore, che sembrava provocato dal chiudersi di una porta, scosse Sandokan dai propri pensieri e fece volgere il suo sguardo al punto della sala ove s'era sentito una specie di cigolio: ebbe l'impressione che qualcuno stesse in ascolto dietro uno dei tanti arazzi che ricoprivano porte e pareti. Con uno scatto felino il rajah si precipitò verso una tenda, la scostò ed aprì la porta che vi si celava dietro, mentre con l'altra mano impugnò un kriss che teneva nella fascia. Nel corridoio appena rischiarato da una lampada scorse un servo che s'allontanava in fretta. Con un balzo da tigre lo raggiunse ed afferratolo per la tunica lo fermò. Gli piantò addosso due occhi severi dicendogli:
- Che stavi facendo lì dietro la porta, Lambak?
L'uomo che rispondeva a quel nome era uno dei tanti servi che lavoravano nella reggia dei Muluder. Alla domanda di Sandokan sembrò atterrito, e dopo aver deglutito rispose, con voce rotta dall'emozione:
- Ero venuto a sentire se t'occorreva qualcosa prima della notte, o mio sultano.
- E perché scappavi via, invece di bussare e chiedermi ciò che hai detto? - lo incalzò Sandokan.
- Mi era sembrato che stessi a parlare con qualcuno ed allora non ti ho voluto disturbare con le mie domande, o signore.
Sandokan lasciò la tunica del servo ma lo spinse verso il muro dicendogli, con un tono che incuteva timore.
- Non mi piace questa scusa, perché m'era sembrato invece che tu stessi ascoltando ciò che stavo ordinando al mio generale. Ora va', ma non farti più trovare dietro una porta o saranno guai seri! Detto questo il rajah si volse e si diresse verso gli appartamenti riservati alle donne, che nell'uso orientale erano divisi da quelli degli uomini, anche se appartenenti alla stessa famiglia: voleva far visita alla madre e alle due sorelle. Dopo aver percorso lunghi corridoi ed aver aperto numerose porte, raggiunse una saletta che fungeva da anticamera dell'appartamento della sultana. Due serve erano accoccolate in terra su dei cuscini, alla moda indiana. All'entrare del rajah scattarono in piedi per poi inchinarsi immediatamente.
- Annunciatemi a mia madre - ordinò loro Sandokan.
Le serve sgusciarono in una stanza attigua per tornare immediatamente:
- Coruma t'attende, o sultano - dissero ad una voce.
Sandokan varcò quindi l'uscio e si trovò in una stanza meravigliosa. Era addobbata con stupendi tappeti persiani, a pelo molto alto, dai colori tenui che davano su un verde e marrone molto riposante per gli occhi, mentre vari arazzi coprivano pressoché ogni parete; bellissimi mobili d'ogni genere, forma e misura completavano l'arredamento assieme a quadri e sculture di marmo raffiguranti divinità sacre al culto bornese. La stanza era illuminata da una lampada dorata, fusa in modo da raffigurare una sorta d'uccello, con all'interno un globo azzurro di porcellana finissima che proiettava sulle pareti una luce soffusa e dolce, come quella dell'astro notturno. V'erano pochi e sobri mobili, ma tutti di fattura eccellente come una tavola d'ebano con al centro un vassoio d'argento abilmente cesellato contornata da sei sedie di bambù con le spalliere molto basse ma di una leggerezza straordinaria. Sui muri v'erano delle mensole in pietra grigia che sorreggevano dei vasi provenienti dal lontano Giappone, colmi di fiori tutti rossi e profumati. Completavano l'arredamento dei bassi tavolini laccati di madreperla, sui quali trovavano posto numerosi oggetti come vasetti e bottigliette contenenti unguenti e profumi, indispensabili per la toletta delle signore, o piccole statue d'avorio raffiguranti Buddha, Garuda ed altre divinità minori dell'Olimpo bornese.
Sandokan si trovò allora in presenza di tre donne, comodamente adagiate su alcuni sofà molto bassi, alla moda orientale, contornati da cuscini color cremisi. Delle tre figure femminili la più grande d'età era la madre di Sandokan, Coruma, una bella donna ancora giovane che non dimostrava più di quaranta anni: sulla capigliatura nera ed abbondante, che le cadeva in pittoresco disordine sulle spalle, v'era una leggera corona d'oro tempestata di brillanti. Aveva una veste di seta celeste con ricami d'oro. Sulle braccia scoperte v'erano numerosi bracciali di corallo e giada. Le altre due donne erano le sorelle del rajah, Tua-Kong e Terusan, tanto amate da Sandokan. Erano due gemelle di circa quattordici anni, d'inaudita bellezza. Nerissimi e lunghi i capelli, un visino delizioso, occhi grandi a mandorla con delle lunghe ciglia, un nasino piccolo, labbra sottili di color vermiglio, erano il ritratto l'una dell'altra. Possedevano lineamenti molto regolari, mentre il colore della pelle aveva dei riflessi biancastri, non essendo molto abbronzate, come tutte le altre donne bornesi. Vestivano come la madre con ricche collane di perle lungo il collo, mentre i loro piedini, tanto piccoli da fare invidia ad una cinese, erano racchiusi in babbucce di seta gialla, impreziosite da ricami con piccoli diamantini. Ricchi gioielli pendevano dalle loro orecchie, che scintillavano alla pur tenue luce della stanza. Vedendo entrare il giovane sultano tutte s'alzarono ed andarono ad abbracciarlo.
- Una festa superba - disse la regina madre - che i sudditi non dimenticheranno facilmente.
- Ci siamo molto divertite - seguitò Terusan - ed abbiamo mangiato davvero bene!
- La musica era divina e bellissimi i fuochi pirotecnici - terminò Tua-Kong - Siamo ben liete che sono intervenuti alla festa tutti i dignitari delle città dello stato e i più potenti capi tribù.
Sandokan che ogni qual volta vedeva le amate sorelle, si rasserenava subito, anche quando aveva l'animo preoccupato, rispose con affetto:
- Purtroppo ho notato invece che mancavano proprio i tributari degli stati più turbolenti, quelli che in passato ebbero tanto ad impensierire nostro padre. Speriamo che questo non sia il sintomo di una ripresa della volontà separatista di quelle tribù: se la nostra polizia fosse più efficiente, si potrebbe capire cosa cova in quegli animi e magari prevenire eventuali ribellioni. In ogni caso sono contento che vi siate trovate bene. Ero venuto ad annunziarvi alcune mie decisioni.
E qui Sandokan raccontò loro quanto aveva convenuto con i propri fratelli.
La madre allora rispose:
- Tutto quello che fai è ben fatto. Rassomigli molto a tuo padre. Anche lui amava viaggiare per il sultanato al fine di verificare la salute e la prosperità del regno. Quando conoscerà le tue decisioni, le loderà sicuramente.
Nel frattempo era scesa la notte.
Sandokan s'accomiatò dalle donne e si recò alfine nella sua stanza da letto. Era stanco: la giornata era stata troppo faticosa. Il ricevimento s'era dimostrato lungo, troppo lungo per un uomo che, come lui, amava molto l'azione e poco la diplomazia. Si tolse le armi che aveva indosso, si svestì in fretta, spense le bellissime lampade che illuminavano la sua stanza e si gettò sul gran letto che era ricoperto da una meravigliosa trapunta ricamata con frange d'oro e da due grossi guanciali con delle fodere color verde bottiglia.
S'addormentò subito, vinto dalla stanchezza e cullato dal dolce mormorio provocato dallo zampillo d'acqua di una fontana che si trovava nel giardino sottostante. Era appena trascorsa una mezzora, ed il sonno del sultano stava diventando profondo, quando si svegliò di soprassalto, in quanto il suo petto nudo era stato colpito, ma non ferito, da una freccia entrata dalla finestra che aveva i vetri aperti. Sandokan s'alzò immediatamente, raccolse lo strano oggetto, riaccese un piccolo lume e guardò con attenzione ciò che aveva raccolto: era un minuscolo involto, a forma di freccia, formato da una foglia arrotolata stretta con al suo apice una spina che fungeva da punta. Probabilmente era stata scagliata da una cerbottana.
Il primo pensiero di Sandokan fu quello di verificare la presenza o meno sulla punta del terribile succo d'upas, il micidiale veleno che era usato nel Borneo per rendere mortale anche la più lieve scalfittura di una freccia. Fortunatamente la punta era asciutta. Sandokan trasse un sospiro di sollievo e subito si precipitò alla finestra per vedere se v'era ancora il misterioso lanciatore. Ma il giardino era troppo buio. La luna non era ancora sorta nel cielo e quindi era impossibile vedere alcunché. Tornò allora ad esaminare meglio la freccia e s'accorse che nell'involto v'era una piccola foglia di mango arrotolata in modo che si potesse aprire. Vinto dalla curiosità la svolse. Quale fu la sua sorpresa nell'accorgersi che vi era uno scritto! Era tracciato con il succo di qualche pianta, di un color rossonero. Il testo, vergato in lingua malese, che era ben nota al nostro amico, diceva:
"Non passeranno tre lune che sarai spodestato. Ti conviene fuggire con tutta la famiglia onde salvarvi la vita.
Firmato: il futuro rajah del lago".
Sandokan lesse diverse volte lo scritto prima di comprendere bene il significato di quelle oscure minacce. Alfine ebbe uno scatto accompagnato da una specie di ruggito e disse:
- Chi osa minacciarmi?
Si vestì quindi in fretta, mettendosi ai fianchi il solito kriss e il fido tarwar aggiungendo nella fascia due pistole con il calcio arabescato. Verificò che fossero cariche, poi si slanciò fuori dalla sua stanza. Uno scalone sontuoso, con numerose colonne scolpite, raffiguranti divinità sacre e teste d'elefanti, fiancheggiato da balaustre di legno lucido, conduceva nei giardini reali. Erano cinti da mura altissime, che si prolungavano per quattro chilometri, realizzate in pietra e marmo bianco. Si imbattè subito in un maggiordomo, che indossava un bel vestito di tela azzurrina con dei bizzarri disegni che raffiguravano dei draghi fiammeggianti, che subito si inchinò. - Presto dai l'allarme! Cercate se nel giardino vi sia qualche estraneo!
Il servitore corse subito via chiamando a gran voce le guardie, mentre alcuni soldati di ronda s'erano già avvicinati, attirati da quel trambusto. Subito si udirono squillare i trilli d'alcuni fischietti e poi di diverse trombe provenienti da luoghi anche lontani dei giardini reali, segno evidente che le guardie stavano già effettuando le ricerche; anche Sandokan era andato a munirsi di una lanterna e con tutti gli altri iniziò ad compiere una meticolosa perlustrazione.
Il rajah attraversò innumerevoli viali costeggiati da bellissimi banani, penetrando in fitte macchie d'arbusti spinosi, senza badare se la sua preziosa casacca che aveva indosso si lacerasse contro le punte di quella vegetazione. Giunse poi in un vasto spiazzo, lastricato con blocchetti di pietra colorata; nella piazzetta s'ergeva un chiosco di legno, sormontato da un'infinità di piccoli campanili, con tetti arcuati ed irti di punte dorate: era un piccolo tempietto votivo, oltre il quale s'alzava il muro di cinta, segno evidente che il parco da quella parte era terminato. Nel frattempo giunsero altre guardie con il capitano responsabile della sicurezza nella reggia, annunciando con dispiacere che nessuno era stato rintracciato nel perimetro verde e che quindi era lecito supporre che fosse fuggito prima che scattasse l'allarme. Tutti tornarono quindi al palazzo, ma i soldati a guardia della cinta muraria furono raddoppiati. Sandokan prima di risalire nel suo appartamento si soffermò sotto alla finestra da dove la freccia era stata scagliata. Delle piante rampicanti, fittamente intrecciate, coprivano quasi interamente la facciata di quell'ala del palazzo, incorniciando le finestre ed arrivando sino al tetto. La robustezza dei rampicanti avrebbe potuto permettere a chiunque di dare la scalata alla facciata senza il timore di cadere. Probabilmente l'ignoto messaggero aveva seguito quella strada per spingersi alla finestra del sultano e tirare su di lui la freccia, senza tema di sbagliare mira. Dopo questa considerazione Sandokan decise di rimettersi al letto. Così fece, ma impiegò molto tempo prima di riprendere sonno, poiché era un poco preoccupato di quello che era accaduto nella sua prima giornata come nuovo rajah del Kini-Balu.
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